Villaggio Globale

Villaggio Globale, mediante un sistema di articoli connessi fra loro e scritti da scienziati, docenti universitari o da divulgatori specializzati, affronta su argomenti monotematici i problemi che preoccupano l’attuale società e stanno mettendo in pericolo la vivibilità delle generazioni future.

È on line il nuovo numero di «Villaggio Globale»

La scalata che manca: l'intelligenza

La politica non è più capace di fronteggiare il coordinamento fra gli impulsi che vengono dall'economia e dalle religioni per redistribuire il bene che viene dalle attività umane ed è anzi diventata un problema tale è il coacervo di interessi, malaffare, inattività, incapacità. Democrazia, libero mercato, libertà di espressione... sono diventati dogmi che andrebbero rifondati. E se ci fosse un disegno dietro le spinte regionaliste?

Molti sono gli stimoli che i ricercatori che hanno collaborato ci danno e qui proponiamo l'Editoriale con cui si apre il numero 80 del nostro trimestrale on line «Villaggio Globale».
Noi continuiamo a proporre tematiche per liberare le idee, aprire il cervello per ospitare visioni aperte. Ragionare per materie, secondo schemi prestabiliti è, secondo noi, l'ostacolo maggiore alla comprensione globale del nostro ambiente.

Scalare è il tema delle conquiste umane con cui chiudiamo, questo 2017, il nostro Trimestrale. Un tema positivo, che indica l'aspirazione umana di sempre nuove conoscenze, una sorta di Ulisse immortale che alberga dentro di noi e che costituisce la molla che ci permette di progredire.
Ma, senza distruggere la speranza che, anche volendo, sarebbe impossibile tanto è connaturata al genere umano, non si può fare a meno di constatare una tendenza negativa che in Italia raggiunge livelli autodistruttivi preoccupanti.
Lo stato della biosfera versa in una situazione non incoraggiante e preoccupa la sciatteria con cui si affrontano i problemi. Fare una politica ambientale per il territorio vuol dire capire che cosa sta succedendo intorno a noi. Cadere dalle nuvole ogni volta che piove o non piove; ogni volta che lo smog intasa le grandi città; ogni volta che non si considerano certe leggi, varate da una classe politica ecologicamente impreparata, ma poi quando si arriva vicino alla loro applicazione ci si sveglia; l'impennata delle false notizie poiché si è dato voce alle chiacchiere da bar e tanto ancora sta facendo decadere la qualità della vita in modo drammatico.
Sul Pianeta gli insetti sono diminuiti di tre quarti negli ultimi 25 anni, l'inquinamento globale uccide milioni di persone, ormai la temperatura sale anno dopo anno.
Qualche mese fa il «Guardian» scriveva: Oggi la più grande tragedia è l'assenza di un senso della tragedia. L'indifferenza della maggior parte dei cittadini sull'impatto, spesso irreversibile, che le attività umane hanno portato al sistema ambientale e naturale terrestre può essere attribuita ad un fallimento della ragione o alle debolezze psicologiche; ma queste motivazioni sembrano inadeguate per spiegare perché ci troviamo sul bordo dell'abisso e non ce ne rendiamo conto.
Eppure la Germania, in 10 anni, ha sconfitto lo smog nelle grandi città e trasformato in museo la Ruhr, la Cina sta avviando progetti colossali che cambieranno il volto della nazione, ma dall'altro lato si registrano cadute verticali come la politica di Trump. Anche se la Casa Bianca lo contraddice approvando un rapporto presentato dalle 13 agenzie federali secondo cui gli esseri umani sono la causa dominante dell'innalzamento delle temperature globali.
È bene dirlo chiaramente, la politica non è più capace di fronteggiare il coordinamento fra gli impulsi che vengono dall'economia e dalle religioni per redistribuire il bene che viene dalle attività umane ed è anzi diventata un problema tale è il coacervo di interessi, malaffare, inattività, incapacità. Democrazia, libero mercato, libertà di espressione... sono diventati dogmi che andrebbero rifondati.
A guardare la situazione politica e i problemi che attanagliano i vari Stati si può ben parlare di una situazione di caos in cui le tensioni isolazionistiche, per staccarsi dalle varie centralità all'interno di varie nazioni e a livello mondiale all'interno dei vari organismi sovranazionali (Onu, Unesco...), sono un chiaro tentativo di ricostruire una nuova governance.
Ma questo può essere sufficiente? Vogliamo dimenticare gli inseguimenti lessicali di parole come ambiente, verde, ecologico, bio... che sono stati camuffati dalle politiche di business, nei vari tentativi di trovare nuove strade? Vogliamo ignorare che sulla salute oggi si giocano le battaglie che prima erano appannaggio degli ideali politici? Vogliamo dimenticare le battaglie storiche che ci hanno portato dal feudalesimo alle democrazie, alle unità degli Stati e che ora vogliono riportarci alla diaspora? Perché ciò che prima era chiaro nel riconoscere le varie parti ora è confuso e senza identità? Eppure, a ben guardare, un nome tutto ciò ce l'ha e si chiama egoismo che si poggia sull'incultura.
Forse, prima di una nuova governance dobbiamo rifondarci come uomini, come cultura. Non si è sufficientemente riflettuto sul perché l'Isis abbatteva i simboli della cultura antica e vuole abbattere i simboli della cultura attuale, noi bolliamo tutto ciò come barbarie, dimenticando che è sempre stato questo il metodo di ogni cultura che è subentrata alla precedente. Solo che noi, oggi, non abbiamo più gli strumenti per comprendere questi messaggi. Tanto che ci sfuggono le «distruzioni» operate da noi stessi... Non ci sfiora neanche il dubbio che potrebbe esserci qualche interesse nell'operazione partita spontaneamente che, per liberarsi dei lacci

Ignazio Lippolis

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