Villaggio Globale

Villaggio Globale, mediante un sistema di articoli connessi fra loro e scritti da scienziati, docenti universitari o da divulgatori specializzati, affronta su argomenti monotematici i problemi che preoccupano l’attuale società e stanno mettendo in pericolo la vivibilità delle generazioni future.

Lettera aperta a Milena Gabanelli (Report), sull'abbattimento selettivo della fauna

Il problema di Davide non si risolve abbattendo Golia...

...ma educando i Filistei. Pensare di risolvere problemi causati dall'uomo, come il trasporto transoceanico di specie aliene, l'abbattimento venatorio dei grandi predatori, la frammentazione, la distruzione e l'inquinamento degli habitat e l'occupazione di territori un tempo selvatici, attraverso una serie di altri interventi diretti sulle conseguenze naturali è quanto di più insensato si possa proporre

Cara dott.ssa Milena Gabanelli,
per una volta, a mio modesto parere, si sbaglia. Nel suo eccellente programma e nella sua impeccabile attività d'indagine giornalistica, che svolge ormai da anni (ricordo, tra tutte, l'importantissima puntata «Che mondo sarebbe senza...»), ritengo che abbia commesso un errore di superficialità nell'ambito dell'ultima trasmissione di Report (domenica 18 ottobre 2015) dedicata, tra gli altri temi, alle «specie dannose». Quando, a fine puntata, si chiede «Io amo moltissimo tutti gli animali, però mi metto anche nei panni di un contadino... è giusto che rischi di finire sul lastrico perché il suo problema è considerato alto così?», la mia risposta non può che essere: «Certamente non è mai giusto che chi si occupa di alimentare l'umanità possa "finire sul lastrico", ma i motivi per cui questo accade non sono così banalizzabili come ha fatto lei, certamente non ascrivibili a responsabilità della Natura in stricto sensu, e soprattutto non sono risolvibili intervenendo direttamente sulle conseguenze di fenomeni causati principalmente dall'incosciente intervento umano sull'ambiente».
Proverò, senza presunzione, ma con necessaria onestà intellettuale, a spiegarle il perché da un punto di vista scientifico.

Affrontare in maniera semplicistica e lineare i problemi ecologici è sempre rischioso. Molto spesso si cade nella demagogia e nel populismo. La maggior parte delle problematiche ambientali riscontrate oggigiorno dipendono da interventi antropogenici scellerati che squilibrano gli ecosistemi senza una chiara catena causale di eventi. Gli ecosistemi sono sistemi complessi e non lineari, pertanto non è semplice comprendere in quale modo una determinata causa abbia scatenato specifici effetti.
È questo, ad esempio, il caso delle specie invasive o infestanti, le cui dinamiche di popolazione spesso sfuggono a una comprensione scientifica riduzionistica proprio perché le variabili in gioco sono molteplici. Ciò che le scienze ecologiche sanno con certezza, però, è che difficilmente le specie invasive (nutria, scoiattolo grigio, ailanto, robinia, caulerpa, etc.) riescono ad attecchire/stabilirsi e proliferare in habitat ben conservati e privi di disturbi antropogenici, così com'è improbabile che in un ecosistema intatto, in cui è presente una catena alimentare completa (ovvero si registrano popolazioni sane di predatori, erbivori, produttori primari e organismi decompositori), possano verificarsi esplosioni demografiche dei livelli intermedi, ovvero dei consumatori primari (caprioli, cinghiali, ghiri, etc.). Laddove è presente una rete di relazioni trofiche indisturbate dalle attività umane (assenza di cementificazione, caccia, frammentazione degli habitat, inquinamento, etc.) saranno presenti quegli elementi della comunità, come i predatori, in grado di equilibrare, mediante un effetto noto in ecologia come top-down control, le dinamiche di popolazione dei livelli inferiori della piramide (erbivori infestanti, ad esempio).
Pertanto, pensare di risolvere problemi causati dall'uomo, come il trasporto transoceanico di specie aliene, l'abbattimento venatorio dei grandi predatori (lupo, lince, orso, aquile, etc.), la frammentazione, la distruzione e l'inquinamento degli habitat e l'occupazione di territori un tempo selvatici (espansione dell'agricoltura e delle aree urbane dove si estendevano boschi e paludi), attraverso una serie di altri interventi diretti sulle conseguenze naturali è quanto di più insensato si possa proporre.
Non è possibile risolvere un problema, sebbene causato da un'apparentemente semplice azione (ad esempio: traslocazione delle specie o eliminazione dei predatori), mediante azioni indirizzate alla limitazione delle conseguenze (ad es., eliminazione delle specie le cui popolazioni aumentano senza controllo). L'abbattimento selettivo è uno specchio per le allodole, un regalo alle associazioni venatorie e alle armerie, uno squallido tentativo di incrementare il consenso politico e, purtroppo, una proposta avanzata da quegli enti che dovrebbero essere al corrente della complessità ecologica dei problemi che tentano di risolvere, ma che fiutando l'arrivo di cospicui finanziamenti autorizzano in maniera scellerata ridicoli piani di abbattimento selettivo.
Sappiamo, da un punto di vista scientifico, che molto spesso persino quelle che sembrano essere le specie più invasive tendono a ricavarsi una nicchia ecologica unica e che le altre specie, piuttosto che sopperire per competizione, si adattano mediante quella plasticità (nota come «fenotipica» in biologia) che ne permette la coesistenza nello stesso territorio, sebbene esse sembrino apparentemente avere le stesse esigenze fisiologiche ed ecologiche.
Solo in taluni casi, l'arrivo di specie invasive può essere dannoso per gli ecosistemi, poiché esse possono prendere il sopravvento sulle altre specie endemiche e sostituirle. Questo, però, avviene prevalentemente in aree circoscritte (come per i gatti in Australia, alcuni rettili importati nelle isole del Pacifico, i conigli sugli atolli dell'Oceano Indiano, etc.) oppure in aree già disturbate dall'uomo (come per l'ailanto sui margini stradali, gli eucalipti in zone deforestate, i pini in macchie mediterranee dolosamente bruciate, etc.), poiché in questi ultimi ecosistemi le azioni antropogeniche hanno già pesantemente danneggiato la maglia di interrelazioni di quella «rete della vita» detta anche componente biotica, e i rapporti tra questa e la componente abiotica (acqua, suolo e aria), rendendo gli ecosistemi permeabili all'arrivo di «elementi di disturbo».
Pertanto, addurre motivazioni basate sulle preoccupazioni per l'integrità dell'ecosistema, proponendo ulteriori pesanti interventi su di esso (come l'abbattimento selettivo), è un falso motivo, non essendoci ragione di preoccuparsi per gli ecosistemi intatti, dove le specie aliene o quelle degli erbivori non possono crescere a dismisura. La vera preoccupazione è per le attività umane (sicurezza urbana, danni all'agricoltura, etc.) che, ad ogni modo, non può essere risolta mediante interventi di eliminazione/riduzione della conseguenza.
Poiché non conosciamo con certezza le complesse dinamiche ecologiche che portano all'espansione di specie infestanti e invasive, ma sappiamo con buona affidabilità le cause primarie della loro espansione, è su queste che è necessario agire se davvero si vuole tentare di risolvere il problema (che, ripeto, è prevalentemente d'interesse umano e non ecologico).
Visto che è noto l'effetto della riduzione dei predatori sulle popolazioni di erbivori che definiamo infestanti, è proprio sul livello primario che bisognerebbe agire. L'abbattimento selettivo è una soluzione temporanea e in grado di creare nell'ecosistema più squilibri che equilibrio (l'interferenza intraspecifica, ovvero tra individui della stessa specie, e il controllo bottom-up sono deterrenti naturali all'esplosione demografica incontrollata molto più potenti di qualunque piano faunistico-venatorio). D'altra parte, coloro che sostengono che l'intervento di abbattimento selettivo simuli quanto avverrebbe naturalmente se ci fossero i predatori, dimenticano che non è possibile stabilire con significativi livelli di confidenza, mediante semplicistiche equazioni matematiche, quale sarebbe il numero «corretto» di individui nella popolazione da lasciare in vita. Questo calcolo in Natura avviene con armoniosa perfezione (nessun predatore naturale ha mai portato all'estinzione le sue prede) e con complessa (matematicamente irrisolvibile) oscillazione.
L'essere umano, con le attuali conoscenze scientifiche, non è assolutamente in grado di valutare il «giusto» numero di individui necessari a mantenere l'equilibrio ecologico (si vedano, ad es., i danni causati all'ecosistema marino dall'adozione incondizionata dei risultati provenienti dai modelli matematici di prelievo ittico). L'apparente equilibrio che si otterrebbe in questo modo, in assenza di predatori, tenderebbe comunque a cessare dopo pochi anni dall'intervento di abbattimento selettivo. E i benpensanti ne invocherebbero subito un altro. Non è mica la prima volta che si dibatte di questo. Corsi e ricorsi storici, sentenzierebbe il Vico.
Nel caso del controllo delle specie invasive, il discorso è molto simile: non sappiamo esattamente quali specie e quale numero dovremmo controllare. In più, in questo caso, non vi è nemmeno la «scusante» del mantenimento della catena alimentare naturale a giustificare un'azione predatoria umana, poiché è indubbio che a nessuno (umano) piacerebbe mangiare le specie infestanti.
Per tentare di tamponare gli effetti sull'economia dell'incremento delle popolazioni aliene e infestanti vi sono, pertanto, solo pochi, ma ben più efficaci, interventi a disposizione e tutti si basano sul seguente principio: per risolvere un problema ambientale causato dall'uomo non bisogna agire sulle conseguenze, ma sulle cause (e questo dovrebbe valere come un mantra in molteplici situazioni, come ad esempio per i mutamenti climatici). Pertanto, agendo sulle cause, abbiamo la possibilità di tutelare maggiormente il territorio affinché possano ritornare, e incrementare in numero, le popolazioni dei predatori (lupo, orso, lince, etc.); potremmo, inoltre, ridurre la cementificazione delle aree rurali che sottrae risorse alimentari e habitat alle specie selvatiche; pianificare una gestione agricola integrata nei sistemi ecologici che eviti di sostituire aree naturali con monocolture intensive; adottare strategie di riduzione dei conflitti uomo-animali selvatici (impiegando, ad es., cani da pastore per difendere le greggi dai lupi, come avviene nella pastorizia tradizionale in Abruzzo, linee elettrificate a basso voltaggio per proteggere gli orti, reti di protezione arborea per limitare l'accesso ai frutti maturi, colture biodinamiche per ridurre le infestazioni, etc.) e mettere in atto tutte le misure di prevenzione del trasporto su larga scala delle specie (sterilizzazione delle acque di zavorra, disinfezione nelle stive degli aerei, verifica nei container, controllo della dispersione da zoo e acquari, sanzionare il rilascio in natura di animali domestici come cani, gatti, conigli, etc.).
Sopra ogni cosa, però, dovremmo ricordare che, per quanto intelligenti e super partes, non possiamo considerarci deus ex machina e giocare all'allegro creatore decidendo chi può vivere e chi no dopo che siamo stati proprio noi a sottrarre il territorio alla Natura e a far sì che quelle vite nascessero proprio dove non vorremmo che fossero. Dovremmo tornare ad essere un po' più umili e rimuovere la maschera dell'arroganza e della presunzione che ci fa credere di poter modificare la vita (creando cani-topo, cuori umani nei maiali, ratti verdi, super-mucche, mais gigante, cotone ultrasoffice, pomodori fucsia, etc.) senza, poi, doverne subire le conseguenze. Agiamo sulle cause, prevenendole o eliminandole, solo allora (e senza comprenderne esattamente il come, per quanto difficile da accettare possa essere per una specie che si ritiene superiore persino alle leggi di Natura) avremo gli effetti sulle conseguenze che vogliamo evitare.

Roberto Cazzolla Gatti, Ph.D., Biologo ambientale ed evolutivo, Associate Professor, Tomsk State University (TSU), Russia

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