Villaggio Globale

Villaggio Globale, mediante un sistema di articoli connessi fra loro e scritti da scienziati, docenti universitari o da divulgatori specializzati, affronta su argomenti monotematici i problemi che preoccupano l’attuale società e stanno mettendo in pericolo la vivibilità delle generazioni future.

Editoriale

Cambiamenti climatici e catastrofi naturali, globalizzazione della produzione, spinta alla crescita con conseguenze sulla salute (mucca pazza, virus dei polli, inquinamenti genetici da Ogm...), sovrappopolazione, aumento dei poveri e della fame, insomma, da un quadro generale niente affatto rassicurante, da un'aria che sembra quasi il giorno prima della catastrofe ambientale (inteso, ovviamente, su scala diversa da quella quotidiana) pare che la comunità internazionale si sia accorta che non esiste una crescita senza limiti e che il primato dell'economia non è il toccasana per il funzionamento della società. Lo dimostrerebbero gli accordi internazionali che hanno come base lo sviluppo sostenibile e l'iniziare a parlare di una nuova economia che punta alla finanza etica fondata su nuovi parametri per calcolare i costi del benessere e su nuove leggi di mercato finanziario.
Ma se a livello internazionale da un decennio ci si muove in questo senso, a livello locale tante sono ancora le contraddizioni, i rallentamenti, le ostilità se non addirittura le politiche contrarie. Da cosa dipende? Il potere è il principale responsabile. Chi determina il potere? Il consenso, generalmente, dell'opinione pubblica. E perché l'opinione pubblica non è sufficientemente motivata da operare scelte di conseguenza? Perché la comunicazione è pilotata. E da chi? Dai centri di potere. E il cerchio si chiude.
La realtà, fortunatamente, non è così netta e schematica. Esistono tentativi di informazione diversa che percorrono strade piene di ostacoli e prima che si affermi una reale libertà di stampa è necessario che si diffonda il principio del diritto ad essere informati.
È solo questione di tempo perché, come nei film, la realtà supererà la fantasia. In questo caso la fantasia sta per interessi politici. Come giustificheremo alle generazioni future i bassi interessi di poltrona che hanno messo la sordina alle catastrofi che abbiamo di fronte? Per anni si è detto che erano allarmismi gli «avvisi», anche di scienziati, rispetto all'effetto serra, e ancora si discute sul principio precauzionale. Così come si è detto che i migratori non c'entravano con il virus dei polli mentre altre nazioni chiudevano la caccia. E c'è da dire che l'Istituto nazionale della fauna selvatica (Infs) aveva già segnalato dal 1992 alle autorità regionali e statali i luoghi ove si concentrano i flussi migratori e in quelle zone doveva applicarsi il divieto di caccia in base alle disposizioni della Direttiva 79/409/CEE e della legge statale sulla caccia n. 157/92. Ma gran parte delle regioni è stata inadempiente, né dal '93 i ministri dell'Ambiente e dell'Agricoltura si sono sostituiti alle regioni inadempienti per stabilire il divieto di caccia lungo le rotte di migrazione.
Fino a quando sarà possibile governare, a livello mondiale, in questo modo poco etico e responsabile? Fino a quando i cambiamenti climatici, le minacce alla salute, il crescere della fame e le disparità sociali lasceranno governare secondo etiche insostenibili le popolazioni della Terra?
Certo è difficile districarsi fra la merce tinta di «verde» e i prodotti alimentari tutti con la prefisso «bio». Persino la Nestlé è entrata nel commercio equo e solidale con tanto di benestare della Fairtrade Foundation, organizzazione di certificazione del Fairtrade inglese, anche se non sono mancate le polemiche. Ed è ancora più difficile quando nel discorso si lanciano parole come «etica», che sembrano macigni nati per sfidare il tempo e accreditati come principi fondamentali. Eppure, nulla è meno labile dell'etica.
Basta spostarsi di emisfero, attraversare un oceano o anche il nostro Mediterraneo, e ci troviamo di fronte a tante etiche. Tutte ugualmente utilizzate dal potere per difendere il proprio interesse. Bisogna avere la forza di guardare oltre il cortile, ragionare con lo sguardo verso il futuro e con la mente aperta alla curiosità. Bisogna tornare ad essere esploratori della vita e dell'esistente. Perché l'esistente è mutevole. Come l'etica. E non è una cosa seria l'etica che guarda solo al presente.
La libertà dalla schiavitù o dal giogo del potere assoluto sono state conquiste storicamente dolorose che hanno avuto la caratteristica del moto popolare. Per il diritto ad essere informati non è necessario oggi fare una rivoluzione, è sufficiente acquistare e sostenere quei media che operano in questo senso. Ma bisogna imparare a riconoscerli. Va ripreso il gusto del dibattito, del confronto. Va riconquistato il valore del dubbio.
Soprattutto, è necessario convincersi che noi, singolarmente, siamo i fautori del nostro presente e del nostro futuro. L'economia ci impone lo stile di vita? e proprio l'economia può essere la nostra forza di autodifesa. Che cosa farebbe una multinazionale che produce un prodotto che nessuno acquista? Il districarsi fra informazione e controinformazione è la chiave della sopravvivenza.
Le rivoluzioni sono state sì popolari ma sempre ispirate da élite illuminate, sensibili e lungimiranti. Oggi è necessario che queste élite si stacchino dal coro perché non è più sufficiente indignarsi, bisogna fare scelte, promuovere il nuovo e rischiare. È inutile parlare di sviluppo sostenibile e di nuova etica se si utilizzano i sistemi di comunicazione tradizionali, se chi vuol far sapere della sua esistenza usa i canali usurati che si rivolgono a un pubblico distratto che ancora deve digerire le coordinate fondamentali della linea di sviluppo futuro e dei suoi pericoli se si avanza in ordine sparso.
Una società consapevole deve potersi affidare ad una informazione attendibile. Ma i limiti dell'etica sono insiti nel sistema. Se non si ha il coraggio di abbattere i legacci e fare scelte coraggiose, si resterà sempre nel pantano di una informazione approssimativa, interessata e drogata, con tutte le conseguenze. Insomma non si può affidare il nuovo al vecchio.
Ed è necessario che questo lo comprendano i «santuari» della ricerca. Se non sono collusi, se da questo sistema non ne traggono benefici personali, se il loro interesse è l'affermazione della scienza e della verità, devono uscire dai santuari, andare verso la gente e spiegare. Uscire dalle comode ortodossie che servono solo ad alimentare pigrizie e a nascondere i mediocri. Solo da questo processo è possibile affrancarsi da camarille, legacci pseudo religiosi, limiti alla scienza imposti da chi preferisce il potere al progresso.
E questo processo deve penetrare fin negli strati più popolari della società: quelli ancora legati alla superstizione, ai metodi tradizionali di sviluppo che li porta al concetto di benessere come accumulo di ricchezze.

Ignazio Lippolis