Villaggio Globale

Villaggio Globale, mediante un sistema di articoli connessi fra loro e scritti da scienziati, docenti universitari o da divulgatori specializzati, affronta su argomenti monotematici i problemi che preoccupano l’attuale società e stanno mettendo in pericolo la vivibilità delle generazioni future.

Editoriale

Il seme, prima di germogliare, deve marcire e, in un certo senso, morire. La riflessione evangelica contiene una realtà valida per tutto ciò che è seme: dal piccolo chicco di grano alle idee per un mondo migliore, per un nuovo modo di sviluppo, per una invenzione rivoluzionaria. Non si scappa. La ragione di tutto ciò è semplice: il tempo di «maturazione» non è uguale al tempo «biologico» e quindi il «seminatore» è condannato a non vedere il frutto del suo impegno, qualche volta ne scorge solo il germoglio.
Da qui spesso lo sconforto e la voglia di mollare, quasi sempre però ti mollano gli altri.
Quando si resiste si finisce per essere considerati don Chisciotte o imperdonabili idealisti. Ed è per questo che spesso le persone semplici vivono meglio degli altri. I loro tempi, infatti, coincidono con quelli biologici.
Un contadino semina, segue il tempo, le stagioni. Il seme germoglia e diventa pianta e dà soddisfazione al seminatore. Al seme non importa se nel campo vicino stanno costruendo una fabbrica, se più in là si sta scavando per un ponte, se il contadino dovrà pagare l'aumento per il gasolio e il molitore gli assottiglierà il guadagno... il seme avrà comunque il tempo di germogliare, fiorire e ricominciare il ciclo.
Per questo Gaia vive indipendentemente dai problemi dell'uomo e dall'esistenza dell'uomo stesso. James Lovelock sostiene che Gaia «è forte e resistente, e mantiene il mondo alla giusta temperatura e nelle condizioni ottimali per coloro che rispettano le regole, ma è spietata nel distruggere chi trasgredisce». Ma nessuno se ne importa, tanto, chi vivrà così a lungo da subirne le conseguenze?
Ora si parla di CO2, di metano prodotto dalle piante, e si distoglie l'opinione pubblica dalla responsabilità umana, ad esempio che ne è stato dei Cfc? Le prime conferme sulla lunga vita dei clorofluorocarburi si ebbero da quel ricercatore solitario che è James Lovelock. Tra il '71 e il '72 con un artigianale gascromatografo, a bordo della RV Shackleton, provò sperimentalmente e dimostrò anche che il tetracloruro di carbonio metile era presente dal Galles all'Antartide. La ricerca accertò pure la costante presenza negli oceani del solfuro di metile e del solfuro di carbonio che indirettamente confermarono la teoria di Gaia. Quest'ultimi dati furono ignorati fino a quando non li riprese all'inizio degli anni Ottanta M. O. Andrade, che dimostrò come questi gas siano i maggiori responsabili del trasporto dello zolfo sulla Terra.
Chi oggi ha i capelli bianchi si ricorderà quanta ironia sulle bombolette spray che distruggevano l'ozono... oggi ne subiamo ancora le conseguenze e siamo lontani dall'aver risolto completamente il problema. Infatti, la primavera scorsa veniva segnalato che lo scudo di ozono sull'Europa centro-settentrionale aveva raggiunto il suo minimo storico da 50 anni a questa parte e data la resistenza dei Cfc, avremo problemi per almeno altri 50 anni... e se questo avverrà saranno passati 82 anni: un bel periodo per il germoglio di un seme, considerando che l'allarme era stato dato nel 1974 da Sherwood Rowland e Mario Molina, ricercatori dell'Università della California!
Fu proprio nel 1987 a Montreal (a cui ora è legato il successo dell'intesa sul post-Kyoto) dove si raggiunse un accordo per la graduale scomparsa di quei prodotti nemici dell'ozono stratosferico. Anche allora si sorrideva, più o meno come oggi, scienziati saldi nella forza della loro ricerca e nell'onnipotenza della scienza, ridono delle paure per gli Ogm. Quanti Lovelock solitari ci sono oggi! Quanti instancabili seminatori curano e selezionano i loro semi...
E quanti semi sono sparsi fra gli articoli di giornali che si stampano ogni giorno! Ma tutto scorre e non sempre si ha coscienza quanto di quello che pensiamo sia nostro e quanto il frutto di un seme antico raccolto distrattamente da un articolo di cui non ricordiamo più dove l'abbiamo letto. Forse è giusto che sia così nell'economia generale della vita perché le idee sono vita. Per questo si deve rispetto a chi impegna se stesso e la propria vita per comunicare, per seminare. Per questo uno Stato dovrebbe favorire la circolazione delle idee, non condizionarla né ostacolarla. Perché non si sa dove cadono i semi né chi li raccoglierà. Può essere su un foglio sgualcito abbandonato su un autobus oppure su una rivista che non viene più stampata per mancanza di fondi...
Sono come quei semi silenziosi che non fanno in tempo a germogliare che già vengono sommersi da altri che nella corsa alla vita cercano di arrivare per primi, come le tecnologie: un'idea si affaccia e già un'altra la sopravanza. Questa crescita creativo-tecnologica ha di fatto cambiato relazioni sociali, intere classi economiche facendone scomparire alcune e facendone nascere altre. Ora la società è altro di quello che eravamo e ad una velocità tale che non ci dà il tempo di riflettere e, spesso, ci si guarda indietro e c'è il vuoto, o a fianco e scopriamo compagni di viaggio sconosciuti.
Per questo va recuperata quella saggezza antica che faceva dei semi l'essenza della vita tanto che erano bagaglio essenziale negli spostamenti migratori, una sorta di eredità da portare con sé, difendere e custodire come la vita stessa, le proprie radici.
Questi semi erano altro rispetto a quelli che gli Usa hanno portato con sé, insieme al seme della loro democrazia, e piantato in Iraq, come denuncia F. William Engdahl, su «Missione Oggi», mensile dei missionari saveriani (agosto-settembre 2005). Lì, le multinazionali degli Ogm, hanno già distrutto coltivazioni tradizionali e semi frutto di una millenaria selezione.

Ignazio Lippolis