Villaggio Globale

Villaggio Globale, mediante un sistema di articoli connessi fra loro e scritti da scienziati, docenti universitari o da divulgatori specializzati, affronta su argomenti monotematici i problemi che preoccupano l’attuale società e stanno mettendo in pericolo la vivibilità delle generazioni future.

Pulito, sporco, ipocrisie e senso comune

Ogni anno, c'è la tradizione di ricordare un Gesù nato in una grotta e, di questo luogo, ne sappiamo riconoscere la povertà. Qualcuno, poi, ricorda che era una stalla e la tradizione vuole anche che ci fossero un bue ed un asinello a riscaldare il bambinello. In questo caso c'era sicuramente ben altro che però viene rimosso per non turbare idilliache e perbenistiche ipocrisie. Di fatto riusciamo così a non interrogarci su quell'ambiente, che oggi definiremmo sporco e che il senso comune non accetta e che, dunque, rimuove mentalmente solo per non rischiare di rimanere turbato e di trovarsi a dover rispondere alle inaccettabili contraddizioni, di senso comune, fra un ambiente formalmente sporco e l'origine e la solennità attribuite a quella specifica nascita.

Nel nostro vissuto, pulito e sporco sembrano, così, viaggiare troppo spesso sui binari del senso comune (costruito sui valori misurati dal mercato, sulle certezze offerte dal potere, sul conformismo mentale che può anche ispirare scelte utili per qualche nostro piccolo o grande privilegio) e dell'estetica spicciola delle cose (del come si presentano le persone, le abitazioni, le città, i luoghi di lavoro, l'ambiente in generale). Tutto un sistema di opinioni e di consensi, preordinati da una visione riduzionista delle cose del mondo, che passa, senza indecisioni e momenti di riflessione, nelle stazioni di abituali ipocrisie e di quei giudizi lapidari che presumono, senza alcun fondamento, l'esistenza di canoni assoluti di valutazione.

Come la competizione globale impone, anche qui vince, su ogni buon proposito, la tentazione di ridurre tutto ai minimi termini per disporre di una ricostruzione assoluta della realtà, da considerare compiuta, nei limiti di un essenziale definito dai propri punti di vista se non anche da propri e particolari interessi. C'è un modo elementare di concepire il nostro esistere come un mondo di certezze che trova, nella sequenza temporale del succedere delle cose, il principio autofondante di un modo di vivere progressivo (costituito, cioè, da eventi solo linearmente concatenati fra loro) e che viene così proposto anche come modello universale di descrizione (e di fatto di incapacità di comprensione) dei comportamenti umani. È un modello facile da diffondere e da accettare. C'è un'aria di pulito! potrebbe dire con entusiasmo qualcuno che, suggestionato dalla semplicità (e non, invece, dall'inesistenza di contenuti e di senso delle cose) di questa proposta, non dovesse, nello stesso tempo, accorgersi che si tratta solo di un modello che segna la propria lontananza, se non la propria assenza, dalla complessità del mondo nel quale, invece, lui stesso si trova a vivere. Non c'è poi da meravigliarsi se questo modo generico e rudimentale di concepire il nostro rapporto con la realtà complessa delle nostre relazioni vitali, porta ognuno non solo a immaginare un mondo fatto a propria misura ma, addirittura, a sorprendersi (attivando una banale elaborazione tautologica) su quanto, poi, questo stesso mondo (in realtà analizzato alla luce delle proprie convinzioni) coincida, incontestabilmente, con le certezze della propria visione del mondo. È sicuramente un sintomo, della nostra dissociazione dall'articolazione complessa dei nostri contesti vitali, che attiva una ricostruzione della realtà partendo da autoreferenti visioni personali che vengono assunte, poi, come fossero punti di riferimento universali per i nostri comportamenti e modi di pensare.

Da questo stato delle cose non potremo, certamente, attenderci una proposta responsabilmente condivisa che sia capace di sottrarre lo spazio, abusivamente occupato (e con arroganza), da qualsiasi forma di potere. Arroganza che, a ben vedere, non solo è poco intelligente (per lo spreco di occasioni di collaborazioni e sinergie), ma che, soprattutto, può generare quel tipo di disgregazione sociale che, in particolare, già tanto ha segnato, nell'intero passato millennio, i territori della nostra penisola.

Siamo di fronte ad un mondo (nord o sud che sia) oppresso da ipocrisie e da luoghi comuni, da ossessioni che, in vario modo, penalizzano le diversità e attivano ingiustificabili disperazioni solitarie ed egoismi estremi e autodistruttivi. Sembra un mondo nel quale relazioni, collaborazioni e sinergie sono rese impotenti da una condanna (che colpisce sia chi la impone, sia chi la subisce) a coltivare propri malefici fantasmi, spinti da equivoci, sospetti, tradimenti, odi, vendette, sopraffazioni.

In realtà, poi, sul campo (al di là di ogni discriminazione consentita dai concetti del pulito e dello sporco) rimangono gli sfibranti interessi di un malaffare che non distingue territori sporchi da territori puliti, che si traveste in mille sfuggenti forme, per rivendicare, per imbonire, per persuadere, per minacciare, per ricattare, per imporre. È forse tempo, allora, non solo di consapevolezze e di azioni di contrasto (verso i meccanismi di un consenso subdolamente carpito), ma anche di scelte propositive e operative che permettano di affrontare il merito della diversità umana e di ricomporre, con riconoscimenti e comprensioni reciproche, le virtuose dinamiche relazionali e creative del nostro esistere. Tutta la nostra realtà di vita non può essere banalmente ridotta ad una discriminazione formale e ipocrita che fa del pulito e dello sporco (declinati in tutte le forme di senso comune) l'asse portante di una semplificazione che impoverisce culture e opportunità di progresso umano e fa avanzare, invece, i distruttivi meccanismi dell'economia del mercato libero dei consumi.

Walter Napoli, Tossicologo e analista ambientale