Il riflettere e il fare fra vincoli naturali e divieti artificiali
L'entusiasmo del fare è generato dal convincimento che i fenomeni avvengono così come è spontaneo che avvengano, così come la scienza li fa conoscere (per esempio, semplificando tutto in termini di consumo di energia e aumento di entropia, che di per sé non sono, purtroppo, garanzia di equilibri vitali). È un entusiasmo che esonera, dal riflettere, anche quei non pochi esperti che così possono sentirsi liberi di applicare, i meccanismi svelati dei fenomeni naturali, ad un fare forse materialmente gratificante ma privo di responsabilità: è il fare neutrale della tecnica e della tecnologia, effetto di un'equivoca neutralità attribuita alle conoscenze scientifiche che, comunque, non può essere assegnata automaticamente anche a chi le produce o le usa. C'è, poi, chi questo entusiasmo lo promuove per piegarlo a vantaggio di ostinati e arroganti interessi di potere. Viene, allora, quasi il sospetto che, oggi, le conoscenze (naturali, economiche, sulla comunicazione, sulla salute umana, sulle costruzioni...) si stiano sempre più trasformando in armi improprie di un potere che può, così, prendere il sopravvento su ogni bisogno umano. Generate dal nostro desiderio di comprendere i meccanismi dei fenomeni e dalla nostra genialità impegnata ad applicare le leggi che li governano (per facilitare la fatica di vivere, di coltivare la terra, di cacciare gli animali, di conservare il cibo, di scambiarlo per migliorare l'alimentazione, di produrre energia per riscaldarsi o cucinare o lavorare la materia), le conoscenze finiscono, infatti, con l'essere applicate in altri non esemplari settori, per esempio, per offrire micidiali supporti a devianti paure (indotte, facendo leva sul non poter saper le cose da parte di ampie quote di cittadini, tenuti in condizioni di preordinata sprovvedutezza). Le paure, così indotte, generano potenti mostri e attivano rivalse epocali e globali che si avvitano in un complicato groviglio di ostacoli, di divieti invalicabili e di violente contrapposizioni che paralizzano, secondo l'antica regola del divide et impera, ogni possibile virtuosa relazione vitale.
Alla base di un'emblematica rappresentazione, dell'attuale rovinosa deriva dell'intelligenza umana, troviamo una «religione» materiale del denaro che sostanzialmente ha convinto anche gli agnostici più irriducibili ad operare, pur non credendo a nulla, per il successo di questa fede.
Quindi, seguono le trasformazioni dei mercati che, da luogo di scambio di culture, strumenti di lavoro, sale, prodotti agricoli... sono passati a offrire beni effimeri (quelli che nel corso della nostra storia non hanno lasciato e continuano a non lasciare tracce di valori umani, ma solo invadenti montagne di inquietanti rifiuti).
Sono beni effimeri che nel passato, come ancora oggi, hanno acquisito un valore solo per effetto delle suggestioni che sanno creare con il loro uso (per altro inizialmente limitato a pochi eletti). Si tratta, per esempio, di profumi, spezie, tessuti pregiati, ornamenti segno di un incombente potere, beni che oggi hanno diversificato e ampliato la loro offerta con gli strumenti che promuovono il loro consumo. Beni che sono alla base di comportamenti compulsivi di possesso e consumo distruttivo di prodotti proposti dalle mode in ogni campo (tutte cose che, è bene evidenziare, non possono, però, essere assimilate ad altri segni, di ben altra qualità, provenienti dalle civiltà del passato: per esempio, le testimonianze storiche materiali ed immateriali del pensiero, dell'organizzazione sociale delle comunità umane, delle opere architettoniche...).
Nello scenario di attacco rovinoso al sano uso dell'intelligenza umana, non si può, poi, sottovalutare l'attuale crescente consenso di un'insidiosa new entry (quella di un consumo, di chiacchiere o poco più, formale, minimale e deviato dal senso delle cose) che plasma mentalità e comportamenti acritici: si tratta del consumo di programmi radio e televisivi (in genere di spettacoli e di testi) che non usano la satira o l'ironia, ma le incoerenze solo distruttive di un non sense, la derisione sterile, la canzonatura faziosa di fatti e di cose (che ridimensionano, al minimo, la portata di problematiche nodali, socio-culturali e politiche, squalificandone il senso e l'urgenza).
Tutta un'invadente comunicazione finalizzata (e non vorrei, qui, pensare a possibili preoccupanti obiettivi) solo per screditare in modo arrogate ogni cambiamento che possa prefigurare un progresso umano. Sembra di essere di fronte ad un fenomeno di vandalismo mediatico che propaganda una sciatta visione cinica, supponente e arrogante della vita.
Ma una più rovinosa rappresentazione del degrado al quale viene esposta la nostra intelligenza è offerta da quella sorta di lobotomizzazione virtuale (realizzata sulle parti del cervello più coinvolte nell'assunzione di responsabilità) che è ben evidenziata dalla nostra inerzia e indifferenza nei confronti delle scelte politiche che decidono sulla produzione e uso delle armi e su tutto un sistema di potere che vive industrialmente e commercialmente sul «consumo» delle armi come fossero cibo per la nostra sopravvivenza. Le armi sembrano far parte del settore dei materiale di facile consumo: si ordinano con le procedure simili a quelle con le quali si ordinano le matite e le gomme per cancellare o la carta per fotocopie o altri tipi di carta...
Armi di difesa, di offesa (giustificate dalla necessità di una difesa preventiva), per interventi umanitari, per operazioni chirurgiche di pace, bombardieri, come fossero indispensabili mezzi di trasporto per lavoratori pendolari, al prezzo di molte decine di miliardi. In realtà, tutte e solo armi per guerre, per la conquista di territori, per portare la verità in nome di qualche religione o civiltà, per la conquista dei mercati e, oggi sempre più, per creare condizioni di vantaggio preventivo per un potere finanziario che ha bisogno di ordine e di disordine mondiale da organizzare per creare le opportunità più profittevoli per sottomettere e tormentare popolazioni, per attivare e spostare produzioni e massimizzare i profitti, per facilitare i consumi e far pagare a caro prezzo il denaro agli stessi dai quali lo ha raccolto. Tutto un darsi da fare oggi facilitato dalla neutralità presunta degli strumenti tecnologici moderni.
Oggi sui mercati globali si fanno acquisti e vendite di denaro e di titoli equivalenti (si fanno, cioè, speculazioni) in un millesimo di secondo. Nel giro di questo attimo di tempo gli addetti, i trader, possono accumulare o perdere denaro in quantità incredibili anche scommettendo sul crollo economico-finanziario di interi continenti e favorendone il collasso, con la diffusione di voci (rumors) su possibili disastri di alcuni e successi di altri. La finanza, l'economia del libero mercato dei consumi, il liberismo (che reclama un diritto feudale di possesso delle cose da parte di chi se le sa prendere in qualsiasi modo e per primo), sono armi improprie che, partendo dalla neutralità delle conoscenze, oggi sono usate per procurare, come in una guerra, il peggior danno a chi volesse resistere alle loro prepotenze. Come in ogni guerra si sottomettono i vinti mentre i vincitori si arricchiscono e i morti, se nell'immediato non appaiono essere a livello di quelli delle guerre mondiali, si spalmeranno (in vario modo ma nella stessa misura) in tutto il mondo, a seguito di atti terroristici e di conseguenti propositi, di vendetta e di sterminio, supportati da generose disponibilità di armi e dagli spietati riti dei genocidi etnici e religiosi.
Il tutto non sembra proprio possa avere carattere scientifico e neutrale e tanto meno possa rispondere ad attività relazionali attraverso le quali l'uomo tende a realizzare ciò che sente come valore del vivere: sinergie e solidarietà da spendere per migliorare la qualità della vita. Le conoscenze (su come coltivare la terra, su come allevare gli animali, sugli strumenti per conservare il cibo, per scambiarlo e migliorare l'alimentazione, per produrre energia...) non sono neutre e il loro uso non finalizzato a creare, mantenere e migliorare qualità vitali è un uso improprio che possiamo indicare come «artificiale» in quanto opposto all'impegno della natura a sostenere fenomeni vitali. Le conoscenze, se sono poi utilizzate direttamente o, con ipocrisia, indirettamente per affamare e opprimere, fino anche alla morte, un qualsiasi uomo (per la sua diversità o per altro ancora), diventano criminali e siamo, allora, ben oltre un giudizio valutativo sul significato formale dell'«artificiale». Dall'infertilità di un mondo artificiale passiamo, infatti, alla criminalità della sottomissione dell'uomo da parte di un potere dietro il quale, anche vilmente, si nascondono le nefandezze di altri uomini (sostanzialmente traviati dall'avidità del possesso delle cose) che vorrebbero godere di ingiustificati privilegi, che vorrebbero un mondo a misura dei loro interessi o delle loro farneticazioni ideologiche, che vorrebbero asservire popoli come sudditi di un impero dei consumi agli ordini di folli progetti di trasformazione terminale delle risorse naturali in rifiuti. Uomini malati, forse anche traumatizzati da precedenti e tragiche esperienze di vita, ma non per questo giustificabili per i loro crimini. Dunque tutta una realtà sulla quale riflettere prima di rischiare di agitare acque già tempestose e che certamente non è possibile placare solo tentando di metterle meccanicamente in ordine. Questa sembra essere l'unica strada disponibile per uscire dalle sottomissioni e per immaginare quelle alternative vitali delle quali, poi, potremo essere responsabili e liberi di mettere alla prova e di cambiare quando il senso delle cose dovesse suggerirlo.