Villaggio Globale

Villaggio Globale, mediante un sistema di articoli connessi fra loro e scritti da scienziati, docenti universitari o da divulgatori specializzati, affronta su argomenti monotematici i problemi che preoccupano l’attuale società e stanno mettendo in pericolo la vivibilità delle generazioni future.

Il linguaggio, una prerogativa umana

Le parole sono segni (orali o scritti) e ad esse sono associati i significati, attribuiti dall'uomo. Le parole nei diversi contesti e in relazione agli interessi coinvolti, possono diventare elementi di un linguaggio che non è, del contesto, ma degli esseri umani che in quel contesto vivono per relazionarsi, riconoscersi, condividere e realizzare aspirazioni umane al progresso e possono avere anche interessi da difendere o sottomissioni da subire.

Neanche i linguaggi, tecnici e scientifici, hanno una propria origine autonoma, ma vi sono uomini, che operano in quei contesti, che si intendono usando un loro linguaggio per comunicare informazioni, per discutere, per affermare o per cambiare il senso del loro lavoro, per presentare un loro vissuto da operatori specializzati, per valutare significati speciali e arricchirli con le esperienze di altri e, in certi casi, magari anche per esportarli in contesti molto più ampi di quelli disciplinari, convinti che la loro visione della realtà, possa avere un primato universale.

Se analizziamo i comportamenti umani e i linguaggi che li accompagnano ci sentiamo naturalmente portati ad associarli, con l'intenzione di rilevarne le relazioni e, quindi, di interrogarci sui modi di sentire le cose, sugli interessi impliciti che possono emergere dai linguaggi dei nostri interlocutori, per modulare meglio i nostri rapporti, per dare significati più compiuti al loro ascolto e alle nostre risposte. Il linguaggio, cioè, è una comunicazione che evidenzia un nostro modo di sentire nelle diverse situazioni del nostro vivere e che può, quindi, produrre forti interazioni, ma, anche, assenza intenzionale di relazioni formali o una, almeno apparente, presenza passiva. Tutte cose sulle quali conviene riflettere perché possono aiutare a trovare un senso e una motivazione, al nostro impegno di operare e di dare qualità alle nostre relazioni interpersonali, fondate sulla natura sociale dell'uomo.

Il linguaggio si presenta dunque come una specifica prerogativa umana che si esprime attraverso la riflessione personale e attraverso le sinergie di una volontà comune di riflettere e di confrontarsi. I frutti dell'esercizio di queste capacità umane sono le manifestazioni di diversità e le condivisioni costruttive di intenzioni, di progetti e di gestione di attività che possono essere finalizzate al progresso umano. Su tutto questo dobbiamo, poi, renderci conto che, purtroppo, pesano anche i processi disgregativi di quegli interessi più limitati che attivano istintivi, non componibili e certamente non necessari, conflitti di potere.

È, comunque, ben evidente che l'uomo potrebbe comunicare anche solo limitandosi a trasmettere messaggi formali. Lo fanno i fiori, con i colori, nei confronti degli insetti impollinatori, lo fanno gli animali per segnare la loro presenza, per definire un loro territorio... L'uomo appare, però, spontaneamente portato a completare la sua comunicazione trasformando un segno (verbale o no) in una espressione che «trascende» dalla natura del segno stesso e che può entrare, attraverso la riflessione, nel profondo del sentire umano e della sua diversità. Una riflessione che offre opportunità di potenziamento delle capacità di dare senso alle cose e di realizzare opere a maggior valore aggiunto rispetto alle semplici e sommative potenzialità delle risorse impiegate.

Come è facile intuire la spontaneità e la profondità, del nostro linguaggio, non garantiscono, però, quello sviluppo di qualità dei pensieri e delle opere che molti si augurerebbero possa derivare da una pratica sempre più avanzata del linguaggio. Il linguaggio, infatti, esprime una nostra condizione intima, negatività comprese, così come essa si forma nelle nostre interazioni con la realtà.

In un mondo di parole inventate dall'uomo e di segni offerti dalla natura, il linguaggio opera come scelta, anche inconsapevole, di comunicare non solo ciò che l'uomo ritiene utile comunicare, ma anche significati impliciti attribuiti dalla sua riflessione e dal suo modo di essere. Che il linguaggio umano sia il risultato di esperienze e riflessioni appare, dunque, evidente, mentre attribuire questo stesso valore ai segni di altri fenomeni, incapaci di riflettere su se stessi (quindi incapaci di dare significati ulteriori a semplici segni), è invece un evidente errore concettuale.

Segni esterni imposti ai nostri linguaggi

C'è, però, da evidenziare che significati impliciti ed ulteriori, rispetto a quelli solo formali dei segni, possono essere anche imposti, ad una nostra personale volontà, come suggestivi dati di fatto fondati su visioni del mondo rese non contrattabili ed estranee alle nostre autonome elaborazioni mentali. In questo caso è facile che i linguaggi possano presentare visioni delle cose che decidono sulle nostre sorti e che noi rischiamo di accettare, interpretandoli, invece, come espressione di un ordine superiore di riflessioni. Sono i linguaggi attuali dell'economia dei consumi, della speculazione finanziaria, delle relazioni internazionali, della politica delegata senza vincoli di verifica (fra programmi proposti e risultati raggiunti), della tecnologia, della burocrazia.

In realtà, sono linguaggi umani fondati su banali coerenze di un gioco che non è però innocente perché mette a rischio condizioni di benessere umano e la libertà di centinaia di milioni di individui resi del tutto dipendenti da meccanismi, sostanzialmente immutabili. Sono i linguaggi, oggi globali, che regolano la disponibilità e indirizzano l'uso delle risorse (domanda e offerta dei mercati, valore aggiunto, tasso di sconto, dividendi, alleanze internazionali di difesa, patti di non aggressione, accordi di programma a lungo termine, risanamento dei debiti «pubblici», ricerca e sviluppo, accesso ai servizi virtuali, informatizzazione amministrativa, silenzio-assenso amministrativo...).

Sono tutte espressioni verbali di linguaggi che vengono imposti come se avessero fondamento in verità assiomatiche, che prescindono da qualsiasi criterio di valutazione personale e che, se trovano entusiasmi fideistici o anche solo l'indifferenza di molti, diventano guide imperative di facile presa a danno della naturale diversità con la quale la nostra condizione umana tende spontaneamente ad esprimesi.

Spinti dalla «forza» e dalle «urgenze» delle «coerenze formali» delle cose, dalla loro diffusa presenza come punti di riferimento immutabili delle scelte di un Paese, finiamo, così e troppo spesso, col trovarci spiazzati nei momenti più critici della nostra storia. Cadiamo vittime anche della contraddizione di essere costretti alla conservazione di un pensiero unico, per esempio, quello dell'economia dei consumi, indotto da dati di fatto, ma anche di essere costretti a sostenere quei silenziosi e profondi cambiamenti (vedi la globalizzazione sulla quale nessuno è stato chiamato a esprimere una propria scelta) che gli «interessi forti» sanno innestare, con seducenti analogie (precarietà diventa flessibilità, merito diventa produttività...), nelle immutabili coerenze, che, anche quando non sono più tali, continuano, invece, a imporsi con la pretesa di essere garanzie assolute delle incrollabili «verità» dei pensieri unici ai quali appartengono.

Quante volte, mentre cerchiamo di riflettere e confrontarci sul senso che vorremmo dare alla vita, siamo costretti ad affrontare «urgentemente» altre questioni e argomenti, formali e insignificanti, comunque estranei alla nostra esperienza e in molti casi estranei anche alla nostra natura? Nell'intimo molti sperano che terminate le incombenze, che forse esistono solo perché esistono i linguaggi che le esprimono, potremo un giorno esprimere anche noi, con un nostro linguaggio e su un più ampio scenario della realtà, un nostro senso della vita, che sia diverso da quell'affaccendarci in un fare che consuma solo il tempo a nostra disposizione.

Segni esterni offerti ai nostri linguaggi

Un'altra cosa, ancora, sono i linguaggi solo stimolati dai segni di una realtà esterna e «offerti» alla nostra riflessione senza correre il pericolo di trasformarsi in strumenti di sopraffazione. Sono i linguaggi che si creano nel rapporto fra l'uomo e i diversi fenomeni capaci di generare segni formali univoci e dinamici (variazioni di colori, di posizioni, di suoni...) ai quali lo stesso uomo assegna convenzionalmente un significato costruito o solo suggerito dal suo vissuto. Sono segni che possono essere considerati elementi di un «linguaggio» solo se sono usati dall'uomo per esprimere significati e un sentire umano da lui stesso, ad essi, attribuito.

Il «linguaggio», definito senza ambiguità, può essere, dunque, riferito solo all'uomo, l'unico essere vivente capace di attribuire un senso a messaggi formali, di affidare sottintesi ad affermazioni, a valutazioni,di trasmettere emozioni, seduzioni e di far comprendere significati che vanno oltre le parole o i segni di una comunicazione solo formale. Tutto ciò che viene indicato come linguaggio, ma non è stato elaborato ed espresso dall'uomo è, quindi, solo impropriamente definito tale.

Interpretazione dei linguaggi

Il linguaggio è uno strumento creativo che potenzia la nostra volontà alimentandola con il senso delle cose che può emergere da una riflessione che l'uomo può fare con se stesso, con i propri simili e con il contesto vitale che lo comprende.

Come sostengono alcuni autori, il linguaggio è lo specchio della nostra mente nel quale è possibile vedere riflesse le ragioni profonde dei nostri comportamenti e modi di pensare, uno scenario riflesso che può spingerci a valorizzare i nostri punti di forza, per comprendere noi stessi e gli altri, e per immaginare, nei momenti di sintesi, possibili meditati cambiamenti (prima che pulsioni istintive, di difesa e di attacco non giustificate, ci distraggano e ci inducano a fare altro).

Il linguaggio viene anche presentato come abito della nostra mente, come qualcosa che indossiamo e mostriamo per dare indicazioni indirette su come siamo o su come scegliamo di presentarci nel mondo delle relazioni. Un modo per sentirci più a nostro agio, nel rapporto con gli altri, per esprime al meglio il nostro essere, la nostra volontà di rappresentarci nella realtà dei nostri intorni, e per offrire i contributi originali di quelle nostre personali diversità, necessarie ad alimentare gli equilibri dinamici dei complessi fenomeni vitali che animano il sistema Terra.

Linguaggi «per l'uomo» e linguaggi «dell'uomo»

Può essere utile riflettere su una classificazione dei linguaggi finalizzata a comparare e distinguere situazioni diverse e porre eventuali rimedi ad allarmanti abusi e aggressive prepotenze. I linguaggi per l'uomo distinti dai linguaggi dell'uomo sono categorie che sicuramente non descrivono la complessa problematica dell'uso dei linguaggi e anzi si possono prestare a interpretazioni e applicazioni strumentali o quantomeno ambigue. Riducendo, però, queste due categorie solo a punti di riferimento, nell'ambito di un'esplorazione personale sull'uso dei linguaggi, possiamo attivare un'attenzione critica sull'uso di questo particolare e unico strumento di relazione umana.

Per un'analisi-riflessione che vuole puntare solo sugli ostacoli che frenano il progresso della qualità delle nostre relazioni, prenderemo in esame solo i linguaggi per l'uomo. Questi, infatti, prodotti all'esterno del nostro vissuto, possono condizionare pesantemente, la qualità e la quantità dei significati del vivere umano e possono proporre prospettive preoccupanti di mancanza di responsabili libertà per l'uomo del nostro mondo globalizzato. È un mondo pieno di contraddizioni che propone tutto e il contrario di tutto sempre invocando un'inverosimile adesione a principi immodificabili: interessi nazionali, sui quali difendere posizioni di vantaggio e, contemporaneamente, rifiuto delle relative responsabilità in nome di una competizione, senza vincoli, necessaria per stare sul mercato globale; accuse ad un sistema formativo che non qualifica le professionalità e, contemporaneamente, sfruttamento di quelle esistenti; interessi forti a fare imprese competitive e, contemporaneamente, voglia di vivere di rendite di posizione offerte da servizi infrastrutturali monopolistici e dal commercio (dove si «rischia» solo il mancato guadagno); richieste di incentivi per una politica di innovazione e, contemporaneamente interesse a procurare solo nuovi profitti senza fare investimenti in ricerca (sulla sicurezza civile o con il passaggio dalla creazione di innovazione all'acquisto di tecnologie, come avviene per gli impianti nucleari o, con l'assenza di programmi e di progetti nazionali, come avviene per i sistemi di comunicazione, per la logistica, per i rifiuti. Tutto un insieme di incoerenze mosse da protezionismi e deregulation che, in contrasto fra loro e in nome di uno sviluppo che confida in una crescita infinita dei consumi, vorrebbero, in modo stravagante, pretendere di convivere sotto la stessa copertura formale dei principi di una «società liberale». In queste condizioni qualsiasi argomentazione, anche necessariamente critica, che si volesse portare, sul piano sociale e sul piano tecnico, a sostegno di un'analisi e di una valutazione costruttiva, sarebbe immediatamente neutralizzata dalla complicazione delle contraddizioni. Queste infatti non offrono spazi di dialogo e di riflessione, ma solo occasioni per astuzie, spesso impresentabili, che in forma di opache mediazioni (corruzione, conflitti di interesse, organizzazione di cartelli di produttori e di servizi, lobby per fare indebite ma persuasive pressioni...) vengono fatte passare come vincenti strumenti di «competizione» anche in assenza di processi e di prodotti, che sono, poi, gli oggetti concreti di una vera concorrenza.

Dunque, sarà necessario un approccio ridondante alle argomentazioni, che saranno qui sviluppate, per sottrarle, per quanto possibile, al linguaggio «per l'uomo». C'è, infatti il pericolo che le ambiguità distraggano da quegli argomenti e contributi fondamentali della diversità umana, che, pur già trattati, se non richiamati più volte, possono finire con l'essere occultati e col dare forza a contrapposizioni, strumentalmente costruite, che lasciano sottilmente sottintendere oblique «verità».

Entreremo, quindi, a livello esemplificativo, in alcuni aspetti dei linguaggi «per l'uomo» e, in particolare, in quelli che accompagnano gli argomenti relativi alla scelta nucleare. La questione nucleare all'ombra di un linguaggio specifico offre, infatti, contributi ambigui al dibattito pubblico sulle politiche energetiche e diventa, così, anche un'occasione rilevante per sviluppare e condividere qualche riflessione critica e qualche eventuale proposta di cambiamento.

Non entreremo, invece, nel merito dei linguaggi «dell'uomo», perché non disponiamo di un materiale relativo ad un caso reale. Non possiamo, cioè, rischiare di preordinare e strumentalizzare un materiale, assunto, anche solo a titolo esemplificativo, come espressione di un linguaggio dell'uomo, che deve invece essere realmente prodotto in situazione. Per non attribuire ai linguaggi dell'uomo, solo una diversa origine da quella dei linguaggi per l'uomo, è necessaria un'esperienza reale, con tutta la sua complessità, per sviluppare risorse di diversità, pensieri personali, confronti... che solo successivamente potranno essere analizzati, valutati, condivisi e sinergizzati. Qui, dunque può essere solo rilevata l'esistenza di un linguaggio dell'uomo che trova senso, e non solo espressione, all'interno del sistema che lo produce e che portato al suo esterno potrebbe rischiare di cadere nella trappola dei linguaggi da imporre, anche con le più nobili intenzioni, ma di fatto trasformandolo, così, in un linguaggio per l'uomo.

Walter Napoli, Tossicologo e analista ambientale