Villaggio Globale

Villaggio Globale, mediante un sistema di articoli connessi fra loro e scritti da scienziati, docenti universitari o da divulgatori specializzati, affronta su argomenti monotematici i problemi che preoccupano l’attuale società e stanno mettendo in pericolo la vivibilità delle generazioni future.

Linguaggi nucleari

La questione nucleare

Il nucleare è una questione che nasce da una prevedibile e generica (cioè ancora non circostanziata e calcolata) richiesta di energia elettrica, e da un nucleare che si racconta diventato ormai sicuro, ma che, nella sostanza, è lo stesso di quello degli anni 60. Già in altri articoli sono stati richiamati alcuni aspetti nodali della questione energia. Sono stati evidenziati i linguaggi dei media e la loro diversità dovuta ad un diverso sentire delle redazioni o degli esperti chiamati a presentare una loro visione dei problemi, ma anche il ruolo dei linguaggi del senso comune lo sviluppo di scelte alternative. Sono state anche evidenziate le ragioni del «no» all'attuale tecnologia nucleare per un'evidente mancanza di convenienze economiche e per problemi irrisolvibili di esposizione ai rischi un eventuale (ma tutt'altro che improbabile) incidente che può coinvolgere uomini e cose, compromettendo del tutto il benessere e il futuro di vasti territori, come è avvenuto a Cernobyl e a Fukushima [vedi: Energia, ma è vera crisi?, in L'Energia che verrà, «Villaggio Globale» anno XI,n.43, settembre 2008].

È stato anche richiamato il significato dell'energia come risorsa fondante di virtuose espressioni vitali, come motore di un «Bene» che sa trasformare, in «fenomeni vitali», i processi entropici che l'uomo, invece, usa, spesso maldestramente, generando, con consumi effimeri o quantomeno non obbligati, una morte entropica terminale di risorse naturali non rinnovabili [vedi: L'energia vitale che «costruisce»,in L'Energia perduta, «Villaggio Globale» anno VIII - N. 33 settembre 2005].

Faremo riferimento a questi argomenti, già trattati, e svilupperemo altre ed ulteriori analisi e valutazioni sul fronte del ruolo dei linguaggi e dei media nella creazione del consenso verso le scelte di politica energetica e del nucleare, in particolare. Saranno anche trattati gli argomenti più tecnici relativi agli specifici processi e condizioni di funzionamento dei reattori, alla sottovalutazione dei rischi del nucleare, ai sistemi di sicurezza, alla gestione delle responsabilità, alla correttezza delle informazioni, alla convenienza economica comparata del nucleare.

Il nucleare «civile» è, ancora oggi, un processo (basato fondamentalmente sulla fissione dell'Uranio-235) che, per sua natura, continua a rimanere complesso da controllare e che si scommette solo di poter governare gestendo la probabilità che avvenga qualcosa, piuttosto che un'altra. Un processo per il quale non si dispone, in alcuni ma fondamentali casi, di materiali affidabili anche solo per un loro uso normale (sistemi capaci di garantire la sicurezza totale in qualsiasi condizione, incamiciature e guaine che non subiscono fessurazioni meccaniche anche a causa dell'irraggiamento dei neutroni e delle temperature, non fragilità del Vessel all'irraggiamento dei neutroni). Di tutto questo e dei tanti problemi tecnici di gestione (per lo più ignoti ai non addetti del settore, ma altamente critici per la tenuta in sicurezza di un impianto nucleare) si tende a non parlarne e se viene raccontato diventa altro.

Il «miracolo» negativo del linguaggio «per l'uomo», imposto sul tema del «nucleare», sta nell'aver trasformato, le informazioni sulla sicurezza e convenienza economica degli impianti nucleari, in un alienante dibattito, fra le due fazioni di «favorevoli» e «contrari», che così non si chiederanno a chi, mai, servirà questa energia. A questo proposito, infatti, in Italia c'è solo l'offerta specifica di energia elettrica, dal nucleare che si vorrebbe costruire, ma manca la domanda specifica da parte di chi utilizzerà, poi, la corrispondente energia che sarà prodotta. Per la complessità degli argomenti, ogni denuncia sui limiti della tecnica e della tecnologia e sulla non convenienza economica del nucleare, è facilmente resa inefficace e gli argomenti vengono lasciati esaurire, affondandoli in devianti problematiche, fino al loro azzeramento.

Si sottovalutano i costi dell'energia nucleare (se non si arriva anche a manipolarli) e soprattutto nessuno dei decisori sembra interrogarsi sui limiti ai quali deve rispondere la produzione e il consumo di energia elettrica. Non è, infatti, corretto aumentare la produzione di un bene o di un servizio estrapolando andamenti senza contesto, con troppe variabili in gioco e, quindi con grandi rischi di errori. La conseguenza è l'attivazione di contestazioni che, a ben vedere, vengono occultate e poi utilizzate per innescare polemiche pretestuose che finiscono con l'occultare il vero problema: verso quale modello di società ci stiamo, inconsapevolmente e irresponsabilmente, indirizzando, mentre siamo tutti sottomessi a linguaggi «per l'uomo» che danno per sottinteso un modello di sviluppo a crescita infinita in un mondo con risorse finite?

Si sottovaluta il problema e il costo della distribuzione della grande e concentrata produzione elettrica di provenienza nucleare (si rischia, così, di avere centrali che sono auto da corsa e reti di distribuzione dell'energia prodotta che sono strade di campagna), si sottovalutano tutta una serie incontrollabile di problemi, dal minerale (che non abbiamo) alle barre di Uranio-235 arricchito (che non produciamo non avendo la relativa filiera), alle scorie che non sappiamo dove finiranno (ma sappiamo che saranno un problema irrisolvibile per i luoghi di destinazione da mettere insicurezza con le stesse tecniche probabilistiche di controllo utilizzate per tenere in sicurezza gli impianti nucleari). Non sappiamo quali conseguenze non solo locali o nazionali, ma anche internazionali, potranno avere gli effetti di un eventuale incidente nucleare. Sappiamo però molto bene come tutto questo sia effetto di un linguaggio «per l'uomo» imposto a priori per condizionare, impedendolo, uno sviluppo responsabile di consapevolezze umane. Sappiamo, anche, come molti, interessati solo all'«affare» del nucleare, sarebbero allarmati se non fosse così e se fossero, invece, molte le domande imbarazzanti presentate da chi volesse saperne di più: per esempio, sulla sicurezza relativa ai rischi considerati «trascurabili» di un impianto nucleare o sulle misure di protezione della popolazione (che non siano quelle inesistenti di Cernobyl o di Fukushima) o su chi dà le informazioni relative alla gestione della sicurezza degli impianti e al suo eventuale equivoco rapporto con l'industria delle costruzioni (preoccupata solo di costruire impianti nucleari) o sui responsabili (quello giuridico, quello tecnico e quello politico) che eventualmente potrebbero usare troppe e non documentate rassicurazioni (con quali controlli? Con quali dati?) o su quali responsabilità potrebbero essere invocate, in un eventuale incidente, a fronte del falso ideologico che prevede un responsabile che non può essere tale perché c'è sempre una probabilità che possa avvenire ciò che, poi, semplicemente avviene).

Sottovalutazione della sicurezza e responsabilità

Qui siamo in presenza di situazioni molto più gravi ed allarmanti rispetto agli odiosi crimini finanziari che, pur se devastanti, non sono paragonabili al dramma di vedere venir meno tutto, anche la sopravvivenza fisica o la tutela della salute per molte centinaia di migliaia di esseri umani. Una condizione disumana assolutamente intollerabile che (a fronte di un'attività per la quale si può solo minimizzare la probabilità di un disastro, ma non il suo potenziale distruttivo per il territorio e per la salute umana) dovrebbe prefigurare un'ipotesi di «incriminazione per strage» dei responsabili delle scelte politiche, prima che dei responsabili di pareri tecnici.

Quale riflessioni fare sull'astuzia di nominare un responsabile tecnico della «gestione» della scelta e controllo degli impianti nucleari, sul quale scaricare impropriamente le «responsabilità politiche» di una scelta energetica a favore del nucleare? Mentre, nello stesso tempo, con un'altra astuzia, si presenta, come garante assoluto, un responsabile tecnico sul conto del quale si tace di una impunità, assicurata dal dato di fatto che le sue responsabilità sono relative solo ad una percentuale del rischio effettivo (solo quello calcolato come probabilità di un incidente). Detto in altre parole, esisterà sempre una probabilità minima che, pur se trascurabile, misura solo quanto è improbabile un certo incidente, ma non la gravità dell'incidente (che può sempre avvenire e che, quando dovesse avvenire, avverrà con tutta la sua potenza distruttiva e non in modo proporzionale alla bassa probabilità «calcolata» del suo evento, come dimostrano i casi inoccultabili di Cernobyl e Fukushima ). Nel disastro di Fukushima, di fatto, dobbiamo prendere atto degli effetti devastanti di un incidente che era stato considerato così improbabile da non essere stato compreso nel piano di sicurezza di quella centrale nucleare: eppure è avvenuto e i danni non sono stati proporzionali alla bassa probabilità calcolata.

In questo caso, il garante della sicurezza non poteva, per contratto e per i sistemi di sicurezza scelti, materialmente intervenire su un evento per il quale non erano state messe in atto misure di sicurezza. Poteva solo mettere la sua buona volontà nel cercare di fare «qualcosa di utile», poteva rimanere dispiaciuto per il disastro e rammaricato per la sottovalutazione di questo evento (come di altri che non possono neanche essere immaginati, semplicemente perché non possiamo prevedere che avvenga ciò che non conosciamo).

Le misure di sicurezza sul posto di lavoro, di una qualsiasi attività autorizzata, non sono prese sulla base della probabilità che avvenga un incidente, ma sulla base di protocolli, di sicurezza e prevenzione «assoluta», verso qualsiasi incidente che nel loro complesso devono essere tutti quelli che possono avvenire e non solo quelli che hanno una significativa probabilità di presentarsi in situazione di lavoro. Sono dunque autorizzabili e autorizzati solo e soltanto attività, manovre e contesti nei quali tutto è previsto e controllato. Quando ci si basa sulla bassa probabilità che avvenga un incidente succede quello che è successo alla Thyssen dove le norme di sicurezza non erano state rispettate e si fidava in eventi che non sarebbero avvenuti solo perché ritenuti improbabili e quindi privati delle dovute misure di sicurezza. La messa in sicurezza di una colata di metallo fuso non può essere costruita su una bassa probabilità che non finisca nei canali di raccolta: il metallo fuso non deve fuoruscire «in assoluto» dai percorsi prestabiliti e devono essere anche previste ed eliminate le possibili manomissioni degli impianti messi a norma.

Ma per il nucleare il problema è che «non esiste» una sicurezza (definita «in assoluto» che garantisca operatori, impianti e territori) sia per il comportamento statistico dei processi (non c'è l'affidabilità del determinismo dei processi meccanici, chimici, diffusamente acquisiti dalle nostre esperienze), sia per un'incompleta conoscenza dei fenomeni in gioco che porta ad un azzardato approccio empirico nello studio dei processi (le ricerche, sui processi di fissione negli impianti nucleari, si fanno operando sugli stessi impianti nucleari) e, quindi, porta ad eventuali incidenti conseguenti ai tentativi sperimentali di migliorare i rendimenti e il controllo degli impianti (come è avvenuto nell'incidente noto di Cernobyl, che non esclude, però, che ci siano stati anche altri casi, non noti, nei quali, nel corso di una sperimentazione, è stata messa a rischio la sicurezza degli impianti e soprattutto delle popolazioni).

Ancora oggi, nel panorama della sicurezza delle attività antropiche, sembra che non sia completamente chiaro il concetto che, se non sono univocamente individuate e messe in sicurezza tutte le cause di rischio, l'attività non può essere autorizzata. Anche i contratti di lavoro, oggi, non si fanno, come avveniva nel passato, monetizzando la probabilità di un rischio. Non è assolutamente corretto che, oggi, dietro le compensazioni ai comuni (coinvolti dal rischio nucleare) ci sia un sottinteso ritorno a questa primitiva e crudele pratica, di pagare (per l'eventuale morte o danno alla salute) chi accetta di esporsi a rischi procurati da attività produttive pericolose. La rilevanza di questo aspetto è, a volte, scriteriatamente trascurata non solo da chi ha responsabilità di provvedere alla sicurezza delle attività produttive, che sono fonte dei danni, ma anche dai cittadini, quasi per un loro adeguamento, sentito come dovuto, alle «esigenze» dello sviluppo e della competizione mondiale. Pur se non si volesse fermare l'attuale regime economico-produttivo, lo si potrebbe sempre cambiare per renderlo più umanamente sostenibile. Il peggio di questa situazione è, però, ancora più profondo e va cercato in quella sottile operazione di convincimento, che induce i cittadini a pensare che, non esistendo attività «senza rischi» (che non vuol dire affatto che non è praticabile la protezione totale dai loro effetti), sia automatico considerare «naturale» correre un rischio che non si riesce a gestire con il dovuto totale controllo dei processi. Questo è ciò che non dovrebbe essere assolutamente accettato proprio per quel che riguarda le attività nucleari, così come, anche, in qualche altra attività simile non autorizzata o che è solo abusivamente autorizzata.

Forse, qualche riflessione andrebbe fatta e soprattutto dovrebbero essere definite responsabilità assolute e realmente praticabili o, se non è possibile ciò, dichiarare, e non occultare, che ci sono rischi incontrollabili per l'uomo e per tutto il sistema sociale e produttivo dei territori coinvolti, perché se non c'è vero consenso (e alternative per chi non volesse sottostare a pericoli ritenuti ingiustificati), gli effetti di un eventuale disastro ricadrebbero solo su chi decide le politiche di programma e su chi fa le scelta politiche di affidarsi ad eventuali tecnici con interessi di parte se non incompetenti.

L'informazione tecnica e non solo

Non vorremmo che un giorno dovessimo sentir dire che solo gli sprovveduti non sanno che la radioattività nei dintorni delle centrali nucleari è una caratteristica normale dei siti nucleari e che gli incidenti nucleari non c'è da meravigliarsi che avvengono dove c'è una centrale nucleare (infatti non possono avvenire altrove!). Non vorremmo che qualche altro tecnico dicesse, come è stato detto, si spera solo per cinico divertimento, che se tutte le scorie nucleari fossero suddivise fra la popolazione in forma di pillole ce ne spetterebbe una parte trascurabile più piccola di una pillola di aspirina a testa, che ciascuno può tenere per sé con la sola precauzione di non aprire le scatoline nelle quali vanno conservate!

Non si può, neanche, accettare che si faccia passare, chi chiede informazioni corrette, come «uno che rema contro» o che si faccia interpretare un impianto nucleare come un luogo dove avvengono fenomeni naturali (come la pioggia, il vento... e che anzi è un'attività che non produce neanche CO2, ma solo «un po'» di scorie radioattive).

Non si può programmare una produzione non modulabile di energia (come quella nucleare) se non si sa neanche quando e quanto se ne consumerà e chi la dovrebbe consumare (ma si porta a sostegno, della «necessità» di più energia elettrica, l'incredibile prospettiva secondo la quale, anche in presenza di un'inutile produzione di energia, alla fine, qualcuno che la consuma si trova sempre... magari anche solo per usi non obbligati e insensati come quelli di produrre calore dall'elettricità dopo averne buttato almeno il 60% in aria ambiente: a Parigi, per esempio, il riscaldamento elettrico delle abitazioni è molto diffuso, serve ad assorbire energia elettrica, prodotta in notevole misura dal nucleare, che altrimenti non si saprebbe dove smaltirla visto che le centrali nucleari di fatto non è semplice ed economico spegnerle quando non servono).

C'è una verità che dovrebbe emergere e che, invece, viene ostacolata da un linguaggio che trasforma le approssimazioni e le mistificazioni, prodotte dal senso comune delle cose, in verità o che cambia, strumentalizzandole come ridicole ingenuità, il significato sostanziale di domande essenziali di cittadini che, privati di informazioni, possono finire col formularle solo in modo impreciso.

Per la quasi totalità della popolazione, il nucleare, a ben vedere, è fatto passare come un racconto a lieto fine di un'invenzione della scienza, sempre prodiga di progressi a vantaggio dell'uomo, e molti, già affascinati da questa visione idilliaca, di per sé infondata, sono anche convinti che l'energia elettrica venga prodotta direttamente dalla trasformazione nucleare. Dunque, invece di presentare il modo folle con cui si produce «vapore» con il nucleare, per far girare le tradizionali turbine dei generatori elettrici, il linguaggio usato lascia intendere «cose» tecnologicamente avanzate e inventa e propaganda inesistenti nuove generazioni di impianti nucleari. In realtà se il linguaggio fosse più adatto ai fatti e a promuovere analisi e valutazioni critiche, emergerebbe tutta un'altra verità. Il reattore Epr (che appartiene alla filiera degli Pwr), ultimamente scelto per le centrali nucleari in Italia, è semplicemente identico a quelli degli anni 60. Si è solo cercato di «migliorare» parte dei materiali di costruzione del reattore, il sistema di controllo del processo di disintegrazione degli atomi di Uranio-235 (che porta alla produzione di neutroni necessari per mantenere attiva quella «condizione di instabilità», che «se continuamente controllata» può generare calore in quantità richieste per far funzionare, con la spinta del vapore, i generatori di elettricità).

L'assiduo impegno a «corredare» l'immagine degli impianti nucleari con «dichiarazioni» di implementazione di nuove tecnologie, a fronte degli incidenti che continuano ad affliggerli (molti dei quali sono stati probabilmente anche tenuti segreti perché manca una rete informativa autonoma e indipendente), dovrebbe essere interpretato, in realtà, non come risultati raggiunti, ma come una denuncia continua di inaffidabilità degli impianti e dovrebbe metterci in allarme per le false rassicurazioni che vengono fornite fino al verificarsi degli incidenti (ricordiamo, nei giorni dell'incidente di Fukushima, l'imbarazzo e il sostanziale silenzio, sulla dinamica degli incidenti, addirittura del garante della sicurezza, il prof. Veronesi, un oncologo prestato al nucleare, che fino a poco prima dell'incidente si era lanciato in rassicurazioni assolute sul nucleare, dimenticando di aggiungere: «imprevisti esclusi»).

Il fatto è che a fronte di tanta e costosa tecnologia, assistiamo ad un «continuo» e «sorprendente» emergere di problemi «imprevedibili» e sempre «nuovi» a dispetto di ogni rassicurazione che si volesse contrabbandare, su un prossimo nucleare «veramente» sicuro: è il nostro cigno nero, sempre incombente per la sprovvedutezza, che ci ostiniamo a nascondere a noi stessi, nel sentirci sicuri del nostro conoscere e del nostro saper fare sempre e tutto ciò che è necessario.

Il nucleare «sicuro», quello «intrinsecamente sicuro», in realtà, esiste, ma ora è solo a livello sperimentale, anche se in fase avanzata di ingegnerizzazione e usa altre tecnologie, altre trasmutazioni, altri processi. Una «vera» nuova tecnologia, con livelli di sicurezza che non inseguano basse probabilità di rischio (ma siano fondate su processi deterministici per i quali tutti i fenomeni sono solo il risultato «necessario» di condizioni antecedenti o concomitanti definite e controllate in modo inequivocabile e a impatto sostenibile), esiste, ma non è quella degli impianti a Uranio-235. Potremmo allora impegnarci con più decisione a fare ricerca in questa nuova direzione del nucleare (centrali nucleari che usano il Torio-232) che produce anche scorie meno pericolose e in quantità notevolmente più basse a parità di produzione di energia (il rendimento in peso del Torio-232 è infatti circa 60 volte superiore al rendimento dell'Uranio-235) evitando, così, di continuare ad acquistare tecnologie obsolete, fatte solo ringiovanire, con ulteriori controlli a ridondanza che cercano di coprire qualche zona d'ombra della sicurezza e che rischiano, nei tentativi sempre più spinti, per avere maggiore sicurezza, di arrivare ad impedire quantomeno un funzionamento economico dell'impianto nucleare.

In tempi di successo della produzione a basso costo «made in China» non sembra possa essere un buon investimento lanciarsi in produzioni ad alto consumo di energia elettrica (che giustificherebbero il nucleare) e basso valore aggiunto (industrie di base metallurgiche e chimiche in generale) e trascurare, invece, di fare impresa investendo in ricerca (collaborando senza la giostra distruttiva delle competizioni ideologiche), per integrare al meglio le nostre particolari vocazioni. Certo che c'è anche poco da illudersi che questo possa avvenire in un paese, come il nostro, nel quale sono troppi gli imprenditori che vorrebbero rifugiarsi nei servizi (dove si può godere di rendite di posizione) a basso, se non proprio nullo, rischio d'impresa (dall'acqua, al gas, ai trasporti, al commercio, alle attività mediatiche di intrattenimento e, persino, alla formazione scolastica) e trascurare i settori produttivi più specifici della Ricerca e Sviluppo (dove l'innovazione porta elevati valori aggiunti e sviluppo di virtuose filiere di tecnologie avanzate).

Negli impianti nucleari, quelli a Uranio-235 arricchito, attualmente in uso, la sicurezza, purtroppo, non è solo un problema di affidabilità delle macchine, ma è soprattutto di controllo di un processo non modulabile e di complessa gestione dall'accensione, al mantenimento a regime, allo spegnimento, alla manutenzione di tutto un sistema critico esposto continuamente ad una probabilità di incidente che pur se minima rimane una minacciosa eventualità. La gestione della sicurezza consiste, infatti, in un monitoraggio continuo, attraverso alcuni parametri, che permetta al sistema di rientrare in valori consentiti per la produzione regolare di calore e, se necessario di intervenire con sistemi di sicurezza a ridondanza per cercare di evitare imprevedibili catene di incidenti e controllare la messa in sicurezza del reattore in caso di anomalie non previste o imprevedibili, ma realmente probabili pur se su bassissimi livelli percentuali.

Il ruolo dei media

Come mostra tutto il sistema mediatico e i linguaggi messi in moto a favore del nucleare (per esempio per condizionare il risultato del prossimo referendum sul nucleare), in realtà quando si parla del nucleare si parla, invece, d'altro: di un'altra stagione della sicurezza, raccontata e non provata, per i nostri territori, per una idoneità dei siti che è inesistente in una Italia percorsa da terremoti per tutta la sua lunghezza (cosa che non si verifica e, quindi, non preoccupa la Francia, l'Inghilterra, la Germania...). Fenomeni sismici che si vorrebbero minimizzare in particolare per alcune zone come la Puglia e la Sardegna (i cui territori, in realtà, se è vero che ultimamente non hanno manifestato collassi, a causa di terremoti, come avviene nelle zone appenniniche o vulcaniche, sono in realtà come due fragili barchette in un mare di terremoti: non possono cioè essere definite zone senza rischio sismico, ma meno toccate solo dagli «attuali» terremoti e invece del tutto esposte ad un imprevedibile ed incalcolabile rischio perché ancora ignoto (e qui i conforti tautologici sulla «normalità» degli «avvenimenti che avvengono» non possono certamente essere invocati per farci accettare gli ulteriori rischi di un nucleare che ancora non è chiaro a chi serva).

Ma ancora più interessante è l'ultima furbata messa in atto che mostra quanto l'affare nucleare sia diventato un problema ideologico da difendere contro ogni regola di buona pratica democratica. In questo caso possiamo rilevare quanto il linguaggio possa mistificare la realtà, proponendosi addirittura come portatore di una chiarezza di intenzioni: non si è parlato esplicitamente di un'azione mirata a sottrarre il referendum sul nucleare agli italiani, ma di chi ha deciso una «moratoria» e si autoaccusa «onestamente» di averlo fatto per sospendere il referendum per poi riprendere, fra un anno la strada già segnata del nucleare. In tutto questo teatro avvilente, della bontà delle intenzioni, di fatto, siamo stati trasformati in inermi spettatori, in minus habens che necessitano della guida illuminata del «responsabile in capo» della scelta nucleare, preoccupato non degli imprevedibili incidenti, ai quali ci espone con la scelta a favore del nucleare, ma solo preoccupato degli italiani rimasti «turbati» dall'incidente di Fukushima e che ora, «traviati dalla paura», potrebbero votare no al nucleare. In realtà ne dobbiamo dedurre che il suddetto responsabile ha un cattivo concetto dei suoi concittadini (ai quali, si spera, non abbia voluto attribuire particolari suoi timori), ma che, soprattutto, ha forse dimenticato che un referendum è una Istituto di democrazia diretta che, come tale, non è sotto la tutela dei suoi timori (e tantomeno è un ostacolo da abbattere) e che è inesistente una questione di «correttezza», di relazioni, con i cittadini, da rispettare, a fronte del suo «interesse» per il nucleare. È immensa, invece, la scorrettezza attuata con la disinformazione e la sottrazione di argomenti necessari perché i suoi concittadini possano comprendere di che cosa si parla quando si parla di nucleare.

È penoso che sul nucleare l'informazione sia ridotta a numerose ma inconcludenti affermazioni del tipo: il nucleare lo hanno tutti e noi no e ora lo vogliamo anche noi; abbiamo bisogno di energia perché l'energia è vita; aveva promesso a Sarkozy che le avrebbe fatte [le centrali nucleari] e ora bisogna continuare ad andare avanti, non ci possiamo tirare indietro (e noi, invece, non possiamo andare avanti con le nostre richieste di dati, informazioni, occasioni di riflessioni e confronto per scelte responsabili perché a Sarkozy non abbiamo promesso niente); tanto, poi, siamo circondati da 20 centrali nucleari a 200 Km dal confine (cioè visto che può capitare che ci tagliamo un dito, se ci tagliamo anche la testa le cose in fondo non cambiano molto); abbiamo un oncologo che è il massimo di ciò che la sicurezza può esprimere come authority in questo settore; ci sono siti nel resto del mondo che fanno a gara per essere scelti come sede di impianti nucleari [purtroppo succede, «qualcuno» a volte nasce nel paese sbagliato]; gli italiani che, il nucleare, non lo vogliono nel giardino di dietro; le scorie? non saremo né i primi, né gli ultimi ad avere problemi; abbiamo le tecnologie (nel senso di quelle da acquistare), abbiamo i tecnici e le imprese per costruire centrale (ovvero per montare le tecnologie che ci saranno forniti dalla Areva e dalla Siemens, mentre per il cemento, visto che in questo campo, come cementificatori siamo dei veri esperti, non avremo bisogno di altri); l'energia dal nucleare costa poco, avremo sgravi in bolletta (mentre in realtà in bolletta già ora stiamo pagando integrazioni per il nucleare e non c'è proprio neanche da sperare che le tolgano); per quanto riguarda l'affidabilità sui lavori complicati (come sono quelli delle centrali nucleari), l'Italia gode di alti riconoscimenti nel mondo, anche se, poi, per la spazzatura in certi casi i riconoscimenti mancano... e anche se, 32 milioni di tonnellate di amianto, dopo ormai quasi 20 anni dalla legge del '92 (che metteva al bando l'uso dell'amianto e attivava le bonifiche) oggi sono ancora al punto di partenza e abbiamo 4.000 cittadini italiani che continuano a morire, ogni anno, per l'amianto (mesoteliomi e malattie associate)... ma che, invece, è sicuro che i riconoscimenti non verranno a mancare per le centrali nucleari e per le relative scorie radioattive; impianti inquinanti? no! immettono poca roba radioattiva! Intanto sono normalmente rilevabili, negli intorni delle centrali, Iodio-131, Xeno-133... a più alta immissione e a bassa emivita, ma anche altre sostanze radioattive a più basse immissioni e con emivita dell'ordine fino a 107 anni... tutte comunque sostanze nocive, perché per le sostanze radioattive non esiste un valore soglia al di sotto del quale le concentrazioni sono definite accettabili); le decisioni sui siti del nucleare? le prenderanno i privati che sono del settore (un albergo, è stato detto da C. Scajola, ex ministro dello sviluppo economico, lo costruisce l'albergatore [non i suoi clienti]); gli italiani sono a favore del nucleare e «solo» il referendum è contro; ...sulla sicurezza ci sono tecnici e scienziati che hanno lavorato bene, anche se, poi, tutte le attività umane sono a rischio e qualcosa di disastroso, in questo caso, può sempre succedere (ma forse non è proprio obbligatorio andarsela anche a cercare).

Tante, troppe parole, ma nulla di significativo per entrare nel merito di una scelta che sembra avere una troppo sospettosa fretta, come se ci fosse qualcuno troppo interessato al «lavoro» da fare più che ad un «bene» da generare per il nostro Paese. Un «bene», per altro, troppo generico, senza un destinatario finale definito e con una disponibilità di energia elettrica finale che potrebbe traboccare dal vaso.

Purtroppo, in questo nostro mondo, è normale che avvenga anche tutto ciò che non sappiamo che potrebbe naturalmente avvenire e, allora, visto che il male, quello che pure non abbiamo cercato neanche indirettamente, non lo possiamo evitare, con un po' di intelligenza, per attività come quelle del nucleare, evitiamo almeno il peggio procurato solo dalle nostre scelte.

Non vorremmo che, messa da parte ogni razionale precauzione, per poter sedere al tavolo delle nazioni nucleari con tanto di narcisistiche foto di gruppo, si cercassero soluzioni estreme a problemi inesistenti in luoghi dove i problemi sono altri e da sempre trascurati. Non vorremmo che all'occorrenza dovessimo sentire altri linguaggi, funzionali all'ossessione del «fare», per riempire quel «non fatto» che era, invece, da fare. Non vorremmo che dovessimo sopportare l'intervento di qualche commissario per l'emergenza mandato a esercitarsi con i linguaggi che trasformano inutili spiegazioni in inverosimili rassicurazioni, che invocano responsabilità senza responsabili e invitano tutti ad un creativo e metaforico rimboccarsi le maniche per intervenire su un male programmato che doveva essere per il «bene» di non si sa chi. Non vorremmo che i tecnici, naturalmente tutti solo indirettamente coinvolti, continuassero a dichiararsi scientificamente sorpresi degli eventi e che, per i limiti di un linguaggio tecnico, continuassero a non allarmarsi per i dubbi sulle previsioni di un futuro imprevedibile sui pochi dati disponibili del passato e su quelli impresentabili del presente. Non vorremmo che in tv andasse in onda insieme al palleggiamento delle «responsabilità» politiche, al balbettio di scienziati stregati dal nucleare, anche l'eccellenza illuminata e immateriale di un liberismo che (pur di «fare» le cose, nucleari in particolare, per dare prove minacciose di «libertà» del «fare» senza preoccuparsi di come controllare i risultati) tarda ancora a scoprire che il giacobinismo, lo statalismo e le prepotenze feudali, che avrebbe voluto combattere, sono diventate, in realtà, i suoi unici punti di forza per imporre le sue verità ideologiche. Non vorremmo ancora vedere, alcuni tecnici attoniti e impotenti, di fronte agli eventi, e altri, disorientati nel cercare di spiegare che cosa succede e altri ancora che, votandosi alla morte, intervengono per operare nei luoghi, ad altissima radioattività, dove gli incidenti erano improbabili, ma sono avvenuti, mentre non son avvenute le manovre garantite dalle misure di sicurezza tecnologicamente avanzate. Non vorremmo ascoltare filosofi, e non solo, che raccontano quello che succede, «secondo loro», e che le centrali coinvolte in incidenti sono sempre quelle di una vecchia generazione (come, forse, non si rendono conto che lo saranno anche le prossime rispetto alle successive). Non vorremmo che il meditato «dobbiamo imparare dagli errori per fare meglio la prossima volta», fosse anche l'ultima volta nella quale possiamo fare una nostra scelta, perché dopo non ci sarà più una prossima volta per decidere di fare l'unica cosa che ogni volta viene a mancare: «riflettere» per trovare il senso in una scelta che sia per il progresso umano e non per il progressismo terminale dei consumi e delle follie suicide che l'accompagnano. Non vorremmo ascoltare commentatori di varie trasmissioni che si perdono nelle incoerenze dei comunicati, nelle esplosioni che non si sa che cosa immettono in aria ambiente, nell'acqua di mare (che è meglio di niente per spegnere gli incendi anche in una centrale nucleare ad avanzatissima tecnologia) e negli elicotteri che la sversano sulle centrali (e fanno disperdere in atmosfera vapori contenenti sostanze radioattive), nell'acqua che non raffredda più il nocciolo e non si sa dove va a finire (salvo poi scoprire un'elevata radioattività nell'acqua del mare vicino alle centrali), negli «estemporanei» affanni di chi si preoccupa di salvare, più che la popolazione, le centrali nucleari e si lamenta perché l'acqua di mare le può danneggiare.

È, forse, il caso che (mentre fatti gravissimi mettono a rischio non solo l'uomo ma anche gli equilibri globali) tutti si rendano conto, riflettano e si confrontino sui problemi urgenti da affrontare: non abbiamo un linguaggio per entrare nel merito di informazioni corrette e forse non sono neanche disponibili le stesse informazioni corrette. In queste condizioni, capire le situazioni, intervenire come cittadini e fare scelte, non solo è difficile, ma c'è anche il pericolo che tutto sia preordinato per evitare interferenze e sia, anche, strutturato per disordinare le cose per poterle, poi, ricostruire in modo immodificabile e che per tutti possa diventare uno sfiancamento insopportabile che alla fine porti ad accettare di subire abusi e ingiustizie e a rimandare, senza tempo, responsabilità inalienabili.

Abbiamo parole importanti da usare, abbiamo anche fatti gravi che pesano sulle nostre coscienza, ma abbiamo i linguaggi inadatti dell'economia di mercato (solo soldi per parlare di qualsiasi argomento anche del più incomprensibile ed astratto), i linguaggi istrioneschi degli spettacoli spropositati che vorrebbero imbonirci, i linguaggi schizofrenici pronti a suggerirci risposte impulsive e brutali verso chi sospettiamo voglia mettere in crisi le nostre false e drammatiche certezze dalle quali, invece, continuiamo, anche incautamente, a farci cullare... Non vorremmo che ci fosse da temere il peggio e che la verità sia che non c'è proprio nessuno che abbia qualcosa di efficace da suggerire per evitare che avvenga quel degrado, che l'ignoranza e l'irresponsabilità possono procurare, e che non era probabile che avvenisse, ma che potendo avvenire, in mancanza di consapevolezze e di linguaggi che danno senso alle cose, avverrà sicuramente.

Quelli rimasti ancora sani di mente, intanto, si interrogheranno su come sia possibile che si facciano scelte usando il «buon nome» della tecnologia per occultare crimini produttivistici. Il dubbio che tutto questo, e forse anche altro, possa essere opera di stregoni o terroristi, che vogliono distruggere ogni fiducia nelle applicazioni tecnologiche «affidabili», avanza e avanza anche la certezza che se le cose continueranno così, stregoni o terroristi, riusciranno nei loro intenti nel modo più completo.

Il costo dell'energia e il costo dei rischi

Sul fronte del costo dell'energia, dalle diverse fonti, le parole, i linguaggi usati, non sembrano prospettare qualcosa di chiaro e di buono. Anche qui vediamo ridotte le nostre possibilità di comprendere la realtà. Di fronte al nucleare c'è una tendenza a farci rimanere nella condizione di osservatori disorientati e impediti dal poter rilevare ciò che succede e dal poter capire come viene messa a rischio la nostra sicurezza.

È assolutamente strano che non si metta in evidenza come dai raffronti sul costo dell'energia elettrica, presentato da vari enti, non emerga nessun incontestabile vantaggio del nucleare, ma solo un'altalena di costi che non indicano nulla, di conveniente per il nucleare, che sia effettivamente definitivo e veramente convincente.

È interessante rilevare, dalle 2 tabelle che seguono, come, da valutazioni effettuate da ben 8 enti diversi (tutti di sicura affidabilità come si può desumere dalla loro posizione in ambito tecnico e scientifico), il costo dell'energia elettrica proveniente dalle tre fonti diverse e più importanti, per livelli di produzione (nucleare, carbone e gas), il nucleare, tranne in un caso, presenti i costi medi più alti. In realtà sui dati di partenza pesano, in modo diverso, condizioni non sempre paragonabili nella gestione degli impianti (non di rado, infatti, proprio il nucleare gode di vantaggi assicurativi garantiti dallo Stato, di facilitazioni, sempre a carico dello Stato, nell'approvvigionamento dell'Uranio e per il suo arricchimento, a volte non viene compresa la carbon tax che pesa sul carbone e sui derivati del petrolio, a volte non è compreso il costo dello stoccaggio e conservazione delle scorie per periodi che sono dell'ordine di molti e moltissimi secoli, qualche vantaggio viene poi offerto, con incentivi agli impianti a olio combustibile, per il recupero degli scarti di produzione, vi sono anche risparmi da calcolare in particolari condizioni operative, per esempio con filiere di impianti uguali). Ciò nonostante non si può certo sostenere, come alcuni vorrebbero per sottovalutazioni (a volte anche furbesche) o per incompetenze, che il nucleare produce energia elettrica a basso costo. È vero semmai che nel calcolo del costo del KWh non è compreso il costo sociale, economico e ambientale degli incidenti che, per quanto possano essere drammatici, per gli impianti non nucleari non potranno arrivare mai alla distruzione di vasti territori, delle loro economie, della salute degli abitanti (per centinaia di anni) come purtroppo oggi si presentano le situazioni in particolare di Cernobyl e di Fukushima.

 

TAB 1  600px-Nuke coal gas generating costs

 

TAB 2

 

 

Nella successiva tabella (nella quale manca, però, un riferimento alle centrali a gas tradizionali e a olio combustibile) in riferimento al nucleare Epr con tecnologia franco-tedesca il nucleare viene proposto come più vantaggioso, anche se la poca esperienza disponibile per il nucleare Epr determina margini di incertezza più ampi e qui non riportati. È poi discutibile l'ipotesi, presentata nella prima parte della tabella, calcolata su un improbabile tasso di sconto del 5% (possibile solo con incentivi pagati dallo Stato e che, quindi, solo formalmente non andrebbero in bolletta, ma sarebbero sempre a carico dei contribuenti).

 

TAB 3

 

Ma per il nucleare vi sono anche altri costi che non vengono riportati: il costo delle nuove reti dedicate alla distribuzione di elettricità ad alte portate, il costo delle assicurazione (molto elevato per questi impianti che quindi sarà ridimensionato, e sarà insufficiente rispetto alla copertura dei veri rischi) e altri costi tutti di fatto scaricati, se non anche occultati, a danno dei contribuenti (costo della protezione civile, dei piani di emergenza nucleare per centinaia di migliaia di cittadini, il costo della militarizzazione dei siti per una strategia di sicurezza globale, ma anche per imporre una scelta non popolare...).

Il fatto è che sono in gioco grandi interessi e un consistente numero di attori coinvolti perché il nucleare, se è vero che non offre vantaggi come sistema di produzione di energia elettrica, è un vero affare per chi assume le commesse e per la catena di appalti e subappalti dei lavori di costruzione (sul costo della produzione di energia elettrica da nucleare pesano moltissimo i costi delle opere e quindi gli interessi sono notevole rispetto alle centrali tradizionali dove la spesa più rilevante è quella a più basso valore aggiunto e più diluita nel tempo del combustibile).

La catena degli appalti è un segnale indiretto, scontato nei fatti, dell'inesistenza in Italia di un'industria nucleare, c'è la sola disponibilità di un sistema, sostanzialmente generico e a geometrie variabili, che delega ad una catena di imprese subappaltatrici, l'esecuzione di singole parti di progetti, ma anche di interventi estremamente parcellizzati quindi con responsabilità incerte e complesse da seguire. È, purtroppo, un modo «normale» di lavorare con troppi difetti, ma in questo caso, per opere di particolare complessità (come è per il nucleare), i limiti della suddivisione dei compiti può diventare un fattore critico per la sicurezza e per l'attribuzione di responsabilità, dal progetto alla dismissione dell'impianto.

Certo è che alla fine, con i problemi della sicurezza e dell'equivoca convenienza economica del nucleare, rimane anche tutto un costo di aggiornamento dei sistemi di controllo che non hanno corrispondenze in altri tipi di impianti di produzione elettrica. Certo è, ancora, che, in caso di incidente, non c'è nulla che potrà comunque restituire le falde non inquinate, i terreni agricoli non tossici (come è successo già solo per i depositi temporanei di materiali radioattivo in Piemonte, ma anche in Germania... almeno per ciò che è possibile sapere).

In caso di incidente dovremo mettere in conto anche l'accesso negato ad ampie aree coinvolte dal fallout radioattivo e il recupero dei danni, non ben quantificabili, relativi alla sistemazione di centinaia di migliaia di persone sfollate. Certo è che, in caso di incidente, avremo lavoratori senza lavoro e intere economie regionali mandate in fallimento, una questione che sarebbe catastrofica, in particolare per l'Italia (che non è un territorio a bassa densità di popolazione come sostanzialmente lo era il territorio intorno a Cernobyl che è stato del tutto compromesso dalla pesante ricaduta di materiale radioattivo, su una superficie più ampia di mezza Italia). In Giappone i risarcimenti, per le conseguenze dell'incidente nucleare di Fukushima, sono a carico della Tepco, società che gestisce quegli impianti nucleari, e ammontano secondo le prime stime a ben 50 Mld di euro. Ma questo livello di risarcimenti non è sostenibile dalla Tepco e dunque saranno anche gli stessi contribuenti, danneggiati dall'incidente, a pagare i danni subiti, e questa situazione sembra proprio una beffa. In Italia sembra che sia stato già progettato qualcosa di simile e con «ammirevole sollecitudine» si opera perché siano attribuite alle regioni, colpite da calamità, per ora solo naturali, il compito di risarcire i danni procurati sul proprio territorio. Certo è che, in caso di incidente, sono comunque da considerare anche le conseguenze irrisarcibili per la salute e la vita della popolazione.

Ma a tutto questo non si può, ancora, non aggiungere il costo democratico della militarizzazione dei siti e dell'accesso negato al controllo dei processi di un impianto nucleare (anche solo per impedire «azzardi» sperimentali e avere informazioni utili e efficaci attraverso il monitoraggio diretto in tempo reale e la documentazione storica sulle condizioni e attività dei reattori). Dagli incidenti già avvenuti possiamo, infatti, evidenziare che solo un controllo esterno, autonomo e indipendente, in tempo reale e non condizionato da divieti, su quanto avviene nel sistema, può essere un valido sostegno a prevenire meglio i danni sulla popolazione derivanti dai possibili incidenti ed evitare inutili ulteriori rischi (fermo restando che, eticamente e moralmente, è accettabile «solo» evitare le precarietà avventuristiche e gli ingiustificabili e dolorosi rischi per la popolazione, derivanti dalla costruzione, in particolare nel nostro paese, degli impianti nucleari attualmente disponibili).

Purtroppo il funzionamento di un impianto nucleare deve fare i conti con i notevoli costi di spegnimento e riattivazione del sistema richiesto anche in caso di piccoli incidenti che sono piccoli da rilevare, ma preoccupanti e fondamentali segnali di perdita di controllo dei processi di fissione nel reattore. C'è dunque un effettivo pericolo che (per imprudenza, come è avvenuto a Cernobyl, ma anche, per sottovalutazione dei fenomeni o per cause ancora ignote, nel corso della «normale» gestione degli impianti nucleari) non si intervenga, o si intervenga male o si intervenga troppo tardi, nella speranza di riuscire a recuperare le condizioni di normalità senza spegnere o diminuire la potenza del reattore. Quando «si deve mantenere» un buon rendimento di produzione elettrica, al di là delle mistificazioni delle quali certi linguaggi si fanno portatori, il problema è ottimizzare il funzionamento di un impianto nucleare: in queste condizioni il pericolo, di sottovalutare i rischi accettabili, diventa reale. Alla fine rimane l'unica certezza nel fatto che i «vantaggi del nucleare», qualora dovessero esistere, «sono tutti a spese della sicurezza della popolazione» e la mancanza di monitoraggi diretti, in tempo reale e disponibili all'esterno degli impianti, rende plausibile questo dato di fatto che non è un semplice sospetto.

Una centrale nucleare a fissione atomica, per la vastità delle possibili cause di incidenti e per la complessità dei processi di fissione (anche perché non tutti i fenomeni che intervengono nella fissione sono noti) non può essere gestita seguendo un percorso deterministico causa-effetto. Non si può prevedere, cioè, il comportamento del singolo atomo nella trasformazione nucleare per fissione, ma è solo possibile gestire statisticamente, con tutto ciò che questa condizione comporta, un elevato numero di elementi. Abbiamo, così, a disposizione indicazioni solo sulla probabilità che si realizzino certe situazioni e solo relativamente a quella parte di fenomeni che è possibile rilevare, ma sulla quale non abbiamo conoscenze esaustive.

La sicurezza possibile delle attuali centrali nucleari dipende, dunque, da quanto viene minimizzata la probabilità che avvenga un incidente e non sarà mai una sicurezza completa come quella delle altre produzioni industriali. Detto in altri termini non esiste una centrale sicura (se esistessero misure, anche in un lontano futuro, che potessero dare questa sicurezza, probabilmente le centrali nucleari non partirebbero mai o sarebbero sottoposte a continui fermi e ripartenze con buona pace di ogni convenienza economica della sua produzione elettrica). Si possono solo fare centrali a «basso rischio» (calcolato solo sulle conoscenze disponibili e sugli andamenti probabilistici dei fenomeni fisici coinvolti) e poi costruire intorno barriere di contenimento dei danni in caso di incidente.

Non è da escludere, pur se ufficialmente non è stato e non sarà mai confermato, che se il rischio di incidente manda troppo spesso in allarme il sistema, per evitare antieconomici spegnimenti, si possano rivedere strutturalmente i livelli di rischio, innalzandoli, o consentendo disattivazioni temporanee e scarichi abusivi di liquidi, gas, fumi e nebbie per ripristinare i valori richiesti dai protocolli (proprio in Giappone, nel passato, di fronte a inquinamenti, ben accertati, delle acque marine, da parte di sostanze radioattive, si è sospettato che non si sia trattato di semplici valvole lasciate «sbadatamente» aperte, ma di scarichi irregolari e pericolosi decisi per evitare di attivare misure di sicurezza che avrebbero portato allo spegnimento del reattore). Nelle attuali centrali nucleari il sistema di sicurezza potrà essere anche il più avanzato che l'uomo possa pensare, ma rimane immutato il problema delle flessibilità e delle deroghe che possono essere attivate esponendo ad un ulteriore rischio, rispetto a quello definito, la popolazione e i territori.

Nel recentissimo incidente di Fukushima sia il fattore terremoto sia quello tsunami erano stati considerati per definire le misure di sicurezza degli impianti, ma il livello di pericolosità raggiunto, poi, da questi due fenomeni, nel terremoto dell'11 marzo 2011, era stato considerato del tutto improbabile (e forse non erano state neanche immaginate le possibili conseguenze). È avvenuto cioè quello che non doveva avvenire e il giorno dopo sui quotidiani si poteva leggere «L'incubo di Cernobyl nell'impero della sicurezza» e non era certo terrorismo mediatico, ma il risultato di una situazione «semplicemente» non prevista dal piano di sicurezza. La gestione delle incertezze sono il punto debole di questi sistemi che vivono su pericolose condizioni di instabilità e di complessità sistemiche. Il peggio di ciò che può avvenire, sta nel fatto che noi non conosciamo neanche tutte le fonti di incertezze.

Il costo dell'energia prodotta, dunque, dipende dal livello di rischio che è definito sicuramente dal tipo di tecnologia applicata, ma non si può certo sottovalutare anche il contesto nel quale viene inserito e il tempo nel quale le condizioni geopolitiche (economiche, sociali, militari, terroristiche...) possono giocare un ruolo anche molto rilevante. A conti fatti la scelta nucleare, decisa in nome di un indimostrabile risparmio nella produzione di energia e condizionato fortemente da problemi enormi di sicurezza su molti fronti e non solo tecnici, può diventare il peggior investimento che una nazione può decidere di fare per il suo presente e, per non far mancare nulla, anche per il suo futuro.

Oggi, poi, nuovi fronti a sfavore della scelta del nucleare sono già pronti. Le rimostranze attuali della Corea contro il Giappone, per i danni subiti a causa del recente rilascio di inquinanti radioattivi da parte delle centrali nucleari di Fukushima, stanno aprendo un nuovo e preoccupante capitolo sul risarcimento dei danni procurati, anche se non intenzionalmente, da opere che, per le conseguenze, sono quantomeno da classificare come «imprudenti».

Il linguaggio che definiva l'inquinamento transfrontaliero solo come un «dato di fatto», a cui era impossibile rimediare, comincia a non reggere più e il contenzioso che potrebbe aprirsi è profondo quanto una voragine senza fondo. In essa potrebbero finire problemi non solo di tenuta economica del paese causa dei danni procurati dal nucleare e dei paesi indirettamente coinvolti, ma soprattutto problemi di equilibri internazionali, con esiti finali imprevedibili per la complessità delle relazioni, fra i domini economico-finanziari e politici coinvolti, e delle tensioni politiche, fra paesi confinanti, che ormai stanno sempre più affannando il mondo e che, spesso, aspettano solo l'occasione «buona» per rivendicare, anche con la forza militare, ragioni e diritti inesistenti e l'esercizio, formalmente motivato, di vere e proprie prepotenze. Di fatto non possiamo sapere quanto possono pesare questo tipo di incidenti nel dare fuoco a conflitti, fra nuovi e vecchi poteri ideologici, a speculazioni sulle disgrazie che l'uomo si procura con le sue mani, quasi come se non gli bastassero quelle naturali, rispetto alle quali già si fa trovare colpevolmente impreparato per aver indirizzato altrove intelligenze e risorse.

I politici e i tecnici di oggi e i loro linguaggi, domani non ci saranno più, ci saranno le prossime generazioni alle quali rimarrà solo l'amarezza del doversi interrogare sull'inettitudine di una classe dirigente del passato che è stata incapace di formulare prospettive politiche di progresso umano, impegnata, come era, a brigare per qualche personale vantaggio, tutto condito da effluvi di parole del ben noto linguaggio dei venditori di fumo, degli imbonitori che arringano le folle dei mercati rionali per convincerle all'acquisto di chincaglierie.

Il vero e il falso sul nucleare

Siamo di fronte ad una comunicazione che, nelle parole «per l'uomo» e nei segni espressi da altri e complessi fenomeni, presenta argomenti così specifici da apparire incomprensibili ad un uditore che non sia del settore. Quando il linguaggio si fa specifico gli argomenti possono, infatti, risultare privi di significato e, con l'intenzione o la malafede di volerli chiarire, si possono costruire anche ragioni formali che giustificano la comunicazione di cose improprie, anche intenzionalmente deviate da una corretta formulazione, e sottratte, così, a sensate riflessioni e valutazioni.

Anche qui si usa un linguaggio che fa intendere come vero ciò che è falso attraverso argomentazioni che «formalmente» non propongono niente di falso, ma lasciano che un falso, fatto sottintendere in forme di equivoche e seducenti allusioni, sia assunto come verità (per esempio si può raccontare che il rischio è presente in «tutte» le attività umane, ed è vero, facendo intendere che anche nel nucleare c'è un rischio, ed è vero, dello stesso tipo di quello che si corre in tutte le altre attività diverse dal nucleare, e questo, invece, non è vero). Si può giocare sul senso comune (facendo notare che «si muore di più inciampando in un ostacolo che in un incidente dovuto alle centrali nucleari», ma «trascurando» di metterlo in relazione con i tempi di esposizione ai diversi rischi o arrivando perfino a far intendere, un po' per gioco e molto per suggestione, che «quando arriva la propria ora [di morire] c'è poco da fare» e che, quindi, questa «ora» non dipende da un incidente nucleare, ma da una sorte che ci tocca). Si possono favorire ed imporre certe interpretazioni semplificate dei fenomeni e celare, invece, complesse e chiarificanti spiegazioni (per esempio, quelle che motivano il ricorso a controlli ridondanti, finalizzati non ad una sicurezza che va oltre una sua assolutezza già garantita, ma che sono solo l'unico modo possibile per «cercare di porre rimedi» ad un rischio, non definito che vive nelle lacune dell'ignoto, e ai limiti imposti da un controllo statistico del processo di fissione nucleare).

Si possono, ancora, raccontare storie parallele (che non trattano, per esempio, i temi dei rischi e delle scarse convenienze economiche degli impianti nucleari, ma parlano, invece, di un «bene» che si vorrebbe associare ai progressi della scienza, alla formula di Einstein, ai premi Nobel per la fisica, alla vita di Fermi, alle tecniche e alle tecnologie «avanzate», al festival dell'energia, ai divertenti giochi sull'energia...). Sono tanti i modi per celare o minimizzare il problema della sicurezza, dei costi, degli impatti di un impianto nucleare che non appariranno mai nella loro complessità se non saranno chiariti e affrontati gli aspetti di metodo oltre che di merito dei contenuti e dei linguaggi specifici utilizzati.

Il nucleare non è stato inventato dagli scienziati che, quindi, non possono essere implicitamente invocati come benefici testimoni obbligati a legittimare improbabili storie nucleari a lieto fine. Il nucleare non può essere raccontato come una fiaba da un improbabile linguaggio scientifico. Va, invece, ricondotto alla sua natura di fenomeno fisico della materia, all'applicazione delle proprietà di alcuni tipi di atomi e, come tutte le cose di questo mondo, ad una manifestazione di potenzialità applicative che non sono, di per sé, né buone, né cattive, ma che dipendono dall'uso che se ne fa, dalle consapevolezze che vengono sviluppate e dalla possibilità di definire protocolli unici ed assoluti di sicurezza in eventi deterministici sempre controllabili.

Le applicazioni di una qualsiasi tecnologia (che non venga imposta per motivi estranei alla nostra volontà e che non ecciti istinti di progressismo primordiale) comporta, in una fase preliminare, un'analisi dei costi rispetto ai benefici, ma anche, e soprattutto, la definizione di un limite da porre ai costi definiti dagli impatti (in un certo contesto di luoghi e di tempi) prodotti sull'ambiente, sulla società, sulla cultura, sul nostro vissuto, su una nostra idea del futuro. Nello sviluppo e nella diffusione delle innovazioni è necessario che si tengano i piedi su una terra ferma (per non sprofondare nel peggio, che è facile procurarci fino a morire, se si cavalca il «fare» offerto da distruttivi processi entropici) e che, magari, si lasci anche un po' di spazio, in cielo, per i nostri pensieri, per la nostra creatività, per le nostre relazioni, per le nostre esplorazioni esistenziali.

Volendo entrare nel merito dei contenuti, possiamo, prendere in esame due termini, ricorrenti nel «linguaggio nucleare», che possono dare adito ad equivoci e portarci a scelte non autonome che forse non avremmo voluto fare.

1) l'equivoco del termine «reazione».

Nel caso di una trasformazione nucleare nei reattori nucleari avviene qualcosa che genericamente viene indicata come «reazione» ma che in realtà è propriamente una «trasmutazione», cioè un cambiamento della natura fisica degli atomi. Negli attuali reattori a Uranio-235, avviene una fissione di questo atomo (una destrutturazione causata dall'urto con un neutrone «n») alla quale segue una ricomposizione delle posizioni delle particelle subatomiche (neutroni, protoni ed elettroni) che porta alla formazione finale di altri atomi (Stronzio-94, Xeno-140...), diversi da quelli iniziali (Uranio-235), e al rilascio di nuovi neutroni e di energia termica (la trasformazione espressa in simboli può essere così descritta: U-235 + 1n -->Sr-94 + Xe-140 + 2n + energia). La disgregazione degli atomi produce un cambiamento che avviene per una predisposizione alla fissione del loro nucleo quando viene bombardato da neutroni. La trasmutazione dell'Uranio-235 è, dunque, determinata dai neutroni prodotti dallo stesso materiale fissile quando è presente a partire da una precisa quantità (massa critica) oltre la quale la radioattività attiva la disgregazione dei suoi atomi con la produzione di neutroni. Questi, continuando a produrre in numero sempre crescente urti efficaci sul materiale fissile U-235, fanno procedere la sua trasformazione, in altri atomi, con un meccanismo a catena e con un aumento esponenziale della velocità.

Quando viene attivata questa trasformazione, si produce calore che tende, purtroppo, a svilupparsi velocemente in quantità sempre maggiori (in concomitanza alla spontanea crescita esponenziale della velocità di trasformazione) e in alternativa gli interventi per rallentarla tendono a farla regredire fino a fermarla. Per assicurare una produzione, continua ed efficace, di calore è allora necessario mantenere il materiale fissile in uno stato critico di «continua di instabilità» che permetta alla trasformazione di avvenire, ma che, nello stesso tempo, la freni, senza fermarla. Il problema, dunque, sta nella tendenza della trasformazione ad esaurirsi spontaneamente in tempi rapidi, generando così temperature inutilizzabili, perché troppo alte, e che porterebbero alla fusione del materiale fissile e delle parti dell'impianto coinvolte, con possibili conseguenze disastrose per le persone e l'ambiente, a causa di un conseguente possibile fallout che potrebbe essere generato in un ampio raggio intorno alla centrale (almeno «80 Km»). Per mantenere il materiale fissile in uno stato di instabilità accettabile, è necessario controllare il numero degli urti efficaci dei neutroni che producono la fissione degli atomi di Uranio-235,con un meccanismo a catena. Questo tipo di controllo viene realizzato, quando necessario, anche immettendo nel reattore sostanze capaci di assorbire l'energia posseduta dai neutroni prodotti in eccesso rispetto a quelli necessari per il buon funzionamento dell'impianto.

Dunque nel reattore deve essere assicurata la permanenza del materiale fissile in una particolare condizione di equilibrio instabile necessario per assicurare, la continuità di una fase critica, da mantenere a regime e compresa fra la produzione veloce di grandi quantità di calore ad alte temperature e un'alimentazione insufficiente che frenerebbe la trasmutazione e porterebbe al suo arresto.

Se è consentita un'analogia, si può pensare a serie di fascicoli (atomi con proprietà fissili) ciascuno composto dai suoi fogli. Questi fogli (particelle nucleari) possono essere scombinati da spostamenti caotici (fenomeni di trasmutazione), per passare in uno stato intermedio di instabilità che, se può essere mantenuto costante su certi valori e nel tempo, permetterà un riordinamento dei fogli (particelle nucleari) e la formazione di altri fascicoli con fogli diversi da quelli iniziali (per il materiale fissile questo passaggio corrisponde alla formazione di atomi diversi da quelli iniziali) e con produzione di altri fenomeni ad essi associati (produzione di calore in quantità controllate nel caso di processi di trasmutazione controllati).

Dunque niente di simile a quanto avviene spontaneamente nelle reazioni chimiche a noi familiari (per esempio, combustione del carbone, rimozione dei depositi calcarei con acidi o decalcificanti, eliminazione di macchie di sangue con acqua ossigenata, lievitazione chimica per prodotti da forno...). In questo caso, infatti, non abbiamo alcuna trasmutazione e quindi gli atomi rimangono gli stessi, prima e dopo la reazione. Cambia solo la loro posizione e associazione con altri atomi con i quali forma eventuali molecole finali diverse da quelle iniziali. Siamo in presenza, questa volta, di cartelle (molecole) e fascicoli (atomi). Non partecipano, invece, alla reazione chimica i fogli (particelle nucleari). I fascicoli (atomi) non subiscono alcun cambiamento (gli atomi rimangono sempre gli stessi), cambia solo la loro distribuzione a formare nuove cartelle (nuove molecole) con raccolta di fascicoli (atomi) sistemati in modo diverso da quelli presenti nelle cartelle iniziali (molecole iniziali) e con produzione, anche qui, di altri fenomeni ad essi associati (assorbimenti o rilasci di calore ben determinati, per ogni trasformazione, solo dalle condizioni di reazione).

Le differenze fra questi due tipi diversi di trasformazione trovano, quindi una loro marcata differenza nel corso delle loro relative fasi intermedie. In particolare nelle trasmutazioni (trasformazioni nucleari), siamo in presenza di uno stato instabile della materia generato dagli urti dei neutroni, uno stato complesso da controllare e che anche a minime variazioni (se non interviene l'immediato recupero delle condizioni critiche di equilibrio che consentono la gestione dinamicamente instabile del sistema) può far corrispondere la totale e disastrosa perdita di controllo del processo (è una situazione che presenta analogie con ciò che avverrebbe ad un funambolo che perde l'equilibrio mentre si trova dinamicamente stabile sulla sua corda: cadrebbe completamente col massimo danno e non solo nella piccola parte che inizialmente può essere stata causa della perdita dell'equilibrio). Nelle reazioni chimiche, invece, non intervengono le proprietà fissili degli atomi e non si ha emissione di radioattività: la materia rimane fisicamente stabile perché, senza mutare la loro natura, gli atomi sono liberi di muoversi, per rompere vecchi legami chimici con altri atomi, delle molecole iniziali, e formare nuovi legami chimici (con gli stessi atomi iniziali organizzati, però, in modo diverso) nelle molecole finali. Le reazioni chimiche sono reazioni che possono essere fermate senza pericoli o particolari e rischiose procedure, ma sospendendo semplicemente l'alimentazione della reazione da parte delle molecole iniziali o variando le condizioni dei parametri che permettono alla reazione di avvenire (temperatura, pressione, concentrazione...).

2) l'equivoco del termine «combustibile».

Siamo abituati a riconoscere come combustibile, un materiale solido, liquido o gassoso capace di alimentare una fiamma, con la sua immissione nell'ambiente nel quale avviene la combustione. Siamo anche abituati ad accendere o spegnere la fiamma con facili gesti di apertura e chiusura di valvole (combustibili liquidi e gassosi) o a non alimentarla più, in vario modo (per esempio sospendendo l'erogazione del comburente), per lasciarla esaurire spontaneamente (combustibili solidi). Possiamo facilmente modulare l'erogazione o sospendere l'alimentazione, di un combustibile e del suo comburente, e contemporaneamente decidere la temperatura e la produzione della quantità di calore secondo le nostre necessità. Le scorie di questa combustione sono direttamente ridotte a sostanze chimicamente inerti. Le potenzialità dei combustibili vengono espresse nel passaggio continuo e ben regolabile (tanto da permetterci di lasciare un impianto di riscaldamento in funzione senza dovercene preoccupare) del materiale combustibile a materiale combusto inerte. La fase di trasformazione da combustibile a combusto non comporta, nell'uso normale di questa fonte di calore, condizioni fisiche critiche della dinamica di produzione del calore: tutto dipende concretamente solo dalla quantità (oltreché dal tipo) di combustibile e comburente immessi nell'ambiente di combustione.

Nel nucleare la fase di trasmutazione atomica è, invece, una transizione che ha un ruolo chiave e che incide in modo totale sulla dinamica di produzione del calore. Il materiale fissile, infatti, giace con le sue proprietà radioattive nel reattore e il calore viene prodotto controllando la fase di instabilità della trasformazione nucleare che deve essere mantenuta in equilibrio, in condizioni continue di precarietà almeno per 3 anni (tempo per il rinnovo della carica di un reattore). Ciò comporta che la produzione di calore non può essere interrotta semplicemente interrompendo l'erogazione (che non può avvenire, né è prevista) del materiale fissile (che deve, invece, risiedere nel reattore), ma portando il sistema dalle sue condizioni di equilibrio critico (seguendo procedure complesse che devono evitare di mandare fuori controllo la dinamica delle trasformazioni nucleari) a condizioni di stabilità finali. La radioattività in questo stadio finale continua ad essere emessa, ma non è più efficace, a mantenere in condizioni critiche il sistema, perché vengono frenati i neutroni prodotti (gli elementi che generano il meccanismo di processo a catena) facendoli catturare da materiali che assorbono la loro energia (per esempio, Boro, Cadmio).

Che questa non sia una operazione semplice e neanche immediata abbiamo tutti avuto modo di rilevarlo quando, in presenza di incidenti (da Cernobyl a Fukushima), siamo rimasti attoniti davanti all'impotenza della tanto esaltata, ma pericolosamente complessa, tecnologia avanzata di controllo della sicurezza (che pure caratterizza profondamente questi impianti) e degli interventi che cercavano in un qualsiasi modo, ma inutilmente, di frenare la fissione nucleare e di porre rimedi ad una serie incontrollabile di processi fisici e di conseguenti disastrosi effetti su un ambiente circostante molto ampio.

Parlare di «combustibile» nucleare, dunque, può portare ad una mistificazione della reale natura del processo in un reattore nucleare, ma soprattutto nasconde la portata dei rischi, con la conseguenza di non informare correttamente la popolazione e indurla a sottovalutare i pericoli. Tutte cose inammissibili, in modo totale, nella definizione di un piano di sicurezza che, in particolare per il nucleare, richiede possesso di consapevolezze, adeguate ai rischi che si corrono, per dare senso alle misure e non stimolare, invece, risposte meccaniche a istruzioni che, proprio in momenti di pericolo, per le conoscenze mancanti sul fenomeno, possono risultare incomprensibili.

Walter Napoli, Tossicologo e analista ambientale