Villaggio Globale

Villaggio Globale, mediante un sistema di articoli connessi fra loro e scritti da scienziati, docenti universitari o da divulgatori specializzati, affronta su argomenti monotematici i problemi che preoccupano l’attuale società e stanno mettendo in pericolo la vivibilità delle generazioni future.

La qualità svenduta (Tema: "Nuovi Creatori")

Anno XVI - N. 64 - Dicembre 2013 – ISSN 2039-7208

Editoriale

Ci sono, nella comunicazione attuale, alcune parole «magiche» che evocano nella percezione collettiva sicurezza e garanzia. Una di queste è «qualità».

È un po' l'evoluzione di un lungo percorso iniziato con l'appropriazione, da parte del mercato, della parola «verde». Quando la sensibilità ecologica è diventata più diffusa il mercato, tramite i pubblicitari, ha ritenuto opportuno appropriarsi anche di questa parola chiave per comunicare e arrivare alla gente.
Un meccanismo semplice che nel tempo ha finito per anestetizzare la capacità critica di molti, soprattutto di coloro che sono deboli culturalmente e approfondiscono poco, presi come si è, dalla quotidianità dei problemi.
Così verde, ambiente, ecologico, naturale, hanno fatto da battistrada a green, sostenibile, qualità, km zero ecc.
Il colore dominante è diventato il verde, l'immagine salutistica del bel campo o della montagna sono diventati loghi attraverso cui passa di tutto: dai prodotti Ogm all'olio di palma prodotto sostituendo le foreste primarie con campi di palma che sulle etichette diventa un non meglio specificato «grasso vegetale».
E questi sono solo gli aspetti più macroscopici. Che fare?
Il problema è sempre lo stesso, bisogna svegliarsi, non assopirsi dietro sicurezze che non esistono più perché sono in ostaggio alle multinazionali, a coloro che stanno impoverendo il mondo e concentrando le ricchezze in poche mani.
Bisogna mettere il naso nelle filiere di produzione, conoscere e informarsi e recuperare vecchi saperi.
È vero che le stagioni non esistono più ma proprio per questo bisogna aumentare l'attenzione. Il meccanismo dei supermercati e le opportunità date dal mercato globale ci hanno fatto saltare i tempi della natura e, trovando merce per tutto l'anno, non distinguiamo il prodotto di stagione da quello di serra o proveniente dall'estero con conseguenze inimmaginabili per la sicurezza alimentare e globale. Dall'uso forzato dei concimi agli anticrittogamici e agli antiparassitari, dalle condizioni per la conservazione ai trasporti, ecc.
Anche qui, la parola qualità è un sonnifero che blocca il nostro cervello. Ragioniamo. Perché usare la parola qualità per un prodotto della terra che di per sé dovrebbe essere di qualità? La risposta la sappiamo perché ben conosciamo l'invasività dell'uomo, solo che non fa scattare in noi i meccanismi di difesa e di controllo perché siamo diventati... ignoranti.
Si possono comprare pomodori a Natale? Sappiamo riconoscere le specie invernali? Quelli brutti rattrappiti che si vendono infilati ad un filo? Se non sono belli, turgidi e rossi non li compriamo... Ecco cosa siamo diventati, però giochiamo con la parola qualità.
E non è vero che non c'è difesa. Basta vincere la nostra pigrizia e scopriremo che anche nelle grandi città ci sono negozi che vendono prodotti locali di stagione... ma non bisogna abbassare la guardia è sempre la nostra preparazione che deve guidarci, non il venditore.
E la prova che tutti i meccanismi della conoscenza sono saltati è che la parola qualità la usiamo anche per i prodotti tecnologici o per i manufatti dell'uomo dove le parole migliore da usare dovrebbero essere «affidabilità» o buona «fattura».
Ma chi si fida più di nessuno? La diffidenza è diventata la norma, il sospetto il nostro atteggiamento quotidiano ma siamo pronti a chiudere gli occhi e la coscienza se uno ci assicura un posto di lavoro, di guadagnare di più, di offrirci una vacanza indimenticabile, un pugno di soldi per vendere parte del nostro corpo o della nostra vita. Riconosciamolo, siamo ridotti proprio male e tutto per esserci allontanati dai tempi e dai ritmi della natura. Ormai siamo come leoni in gabbia, giriamo intorno nello spazio assegnatoci, abbiamo ridotto la conoscenza delle parole e venduto l'anima al mercato senza neanche fare un patto che ci regalasse un po' di giovinezza. Abbiamo allungato la vita per consumare tutto nei primi vent'anni e ci ritroviamo a parlare di «qualità» della vita.

Ignazio Lippolis